La spesa media annua che affrontano i Comuni italiani per ogni singolo bambino ospitato nelle strutture di accoglienza ammonta a circa 13 mila euro, a fronte di un costo di poco più di 5 mila euro per ogni minore dato in affidamento. E’ quanto emerge da uno studio del Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale (Cergas) della Bocconi, che ha analizzato la situazione dell’assistenza ai minori fuori dalla famiglia (in difficoltà o abbandonati) e i dati relativi alla spesa dei Comuni per i servizi sociali a loro destinati.
L’abbandono dei minori è uno dei temi più spinosi, quando si parla di disagio giovanile: la situazione delle adozioni in Italia, lungi dall’essere ottimale, negli ultimi mesi è diventata ancora più pressante alla luce dell’ out out imposto dalla legge del 2001 sulla tutela dei minori in stato di abbandono. Dal 31 dicembre 2006, salvo proroghe dell’ultimo minuto, gli Istituti per i minori dovranno chiudere i battenti in favore di strutture più piccole come le comunità familiari e le comunità alloggio (già peraltro esistenti) e, soprattutto, in favore di un potenziamento degli affidi e delle adozioni.
Ma se l’obiettivo sotteso alla legge è ammirevole sotto il profilo etico e sociale, lo è anche sotto il profilo economico: nel 2003, i Comuni hanno destinato ai servizi di adozione e affido e alle strutture residenziali per i circa 20 mila minori “fuori famiglia” un totale di 339,5 milioni di euro dei circa 2 miliardi di euro spesi per i servizi sociali in genere. Di questi 339,5 milioni di euro, ben 275 milioni (l’81%) è assorbito dalla gestione delle strutture di accoglienza, tra cui gli Istituti per minori che ospitavano il 20% della popolazione minorile in esame, mentre la restante parte, circa 64 milioni, era destinata ai servizi per l’affido familiare e l’adozione (rispettivamente il 17% e il 2%). In particolare, il solo pagamento delle rette alle strutture di accoglienza assommava a oltre 155 milioni di euro.
Una “sproporzione notevole”, secondo Attilio Gugiatti, che ha curato la ricerca del Cergas: “Bisogna spostare le risorse dalle attuali grandi strutture, come gli istituti, a forme di assistenza più soft e più vicine ai bambini e alle famiglie. Questo, non solo è moralmente più accettabile, poichè i risultati dal punto di vista della crescita e della serenità del minore sono migliori, ma anche perché rappresenta un risparmio sotto il profilo economico”.
Forme di assistenza “dolce” in strutture più piccole, secondo Gugiatti, “sono più funzionali all’accoglienza e alle relazioni tra educatore e minore in difficoltà , con parametri di qualità e soprattutto di risultato più elevati rispetto alle strutture tradizionali”.
Il fine, comunque, rimane quello del rientro nella famiglia di origine, per i minori in difficoltà , e dell’affidamento in vista dell’adozione, per quelli per i quali sia stato stabilito dal Tribunale lo stato di abbandono. A questo proposito, la ricetta dell’economista è semplice: “Dare più soldi alle famiglie affidatarie e rendere più agevole il processo di adozione, che risente dei limiti troppo rigidi della legislazione. Affidamento e adozione, infatti, sono entrambi al di sotto delle loro potenzialità ”.
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