Bocconi: Con un’adeguata pianificazione, i danni generati dalla siccità potrebbero essere di oltre 40 volte inferiori. Nel caso dell’evento siccitoso che ha colpito il bacino del Po nel 2003, i ricercatori dello Iefe Bocconi hanno infatti stimato che, con una programmazione preventiva degli interventi di emergenza, i danni totali avrebbero potuto ridursi da oltre 1.300 a circa 30 milioni di euro.
Per valutare l’impatto economico generato da un’attenta pianificazione dell’emergenza idrica nel bacino, i ricercatori hanno effettuato una valutazione ex post degli effetti dell’attuazione del Protocollo d’intesa siglato proprio nel 2003 tra l’Autorità di bacino, le Regioni, i Consorzi di irrigazione, i Gestori di regolazione dei grandi laghi, i produttori idroelettrici e gli agricoltori, che prevedeva un rilascio aggiuntivo di acqua dagli invasi di montagna e una razionalizzazione dei prelievi da parte degli agricoltori, e poi hanno messo a punto alcuni scenari alternativi per verificare le ricadute economiche di interventi di programmazione ancora più “stringenti”.
Il primo dato che emerge è che l’attuazione del Protocollo (scenario 1), ha generato una parziale diminuzione del danno per l’agricoltura, rispetto a quanto sarebbe avvenuto se fosse mancata l’intesa (scenario 0): secondo le stime Bocconi, il mancato reddito per gli agricoltori si è ridotto da più di 1,9 a circa 1,3 miliardi di euro. Di contro, l’attuazione del Protocollo, a causa del maggior rilascio d’acqua dagli invasi artificiali, ha generato un mancato guadagno per l’idroelettrico stimato in 7 milioni di euro.
“Attenzione però”, avverte Alessandro de Carli dello Iefe, “poichè queste valutazioni partono dall’assunto, cruciale, che l’acqua rilasciata a seguito del protocollo non fosse strettamente necessaria rispetto alle esigenze di produzione di energia idroelettrica (come per altro è stato, grazie alle precipitazioni nell’autunno successivo alla siccità ). In poche parole, nelle ipotesi non si è tenuto conto del rischio blackout e del danno economico che ne consegue”.
Ma cosa sarebbe successo con una gestione alternativa nell’emergenza? Nel caso di un ipotetico Protocollo che stabilisse il rilascio doppio da parte dell’idroelettrico (scenario 2), il suo mancato introito salirebbe a circa 15 milioni di euro, ma scenderebbe a circa 700 milioni il danno per l’agricoltura. E se invece fossero previsti interventi specifici anche nel settore agricolo? I ricercatori hanno studiato diverse ipotesi.
Una di queste (scenario 3) stima i risultati che si otterrebbero se fosse prevista una gerarchia delle colture da irrigare nel caso di siccità , con la priorità a quelle a maggiore valore aggiunto: “Nella nostra simulazione”, continua de Carli, “è stata ipotizzata l’irrigazione all’ottimo delle risaie e dei frutteti, con la distribuzione dell’acqua rimasta alle altre colture. In questo caso, il danno totale al comparto agricolo in caso di siccità sarebbe contenuto in 866 milioni di euro, ossia 462 in meno rispetto a quanto si stima sia avvenuto nel 2003”. Un risultato simile, poichè sempre basato sulla gestione economicamente ottimale della scarsità idrica, si avrebbe poi nel caso in cui (scenario 4) anche nell’agricoltura si stipulassero dei contratti “di interrompibilità ” sull’esempio di quelli già previsti per il gas o l’elettricità . In questa eventualità inoltre, secondo i ricercatori dello Iefe, il danno economico potrebbe essere contenuto di altri 150 milioni di euro.
Ma la vera forza della pianificazione degli interventi in caso di emergenza, dal punto di vista del contenimento dei danni, appare evidente nell’ultimo scenario di medio periodo (scenario 5) messo a punto dal centro di ricerca: mantenendo alcune coltivazioni ad alto valore aggiunto, ma sostituendo gradualmente le altre con colture meno idroesigenti, le perdite dovute alla siccità scenderebbero al di sotto dei 30 milioni di euro, sempre a fronte dei 7 milioni dell’idroelettrico. “Un’esempio è il frumento, la cui resa negli anni secchi si riduce di sole 4 tonnellate per ettaro”. Quest’ultimo scenario, tuttavia, prospetta una soluzione ’estrema’, in quanto il suo vantaggio economico si esplica soltanto in caso di siccità : “In condizioni ottimali, quando cioè non vi è scarsità d’acqua”, spiega de Carli, “questo diverso mix di colture farebbe salire i mancati guadagni degli agricoltori a quasi 600 milioni di euro e i risparmi degli anni di siccità non coprirebbero le perdite di quelli di irrigazione abbondante. Inoltre la sostituzione del mais (che necessita di molta acqua) con altre colture meno idro-esigenti avrebbe sicuramente delle ricadute sulla filiera dell’allevamento”.
Al di là delle ipotesi di lavoro e dei risultati teorici raggiunti, una cosa è certa: “La maggiore frequenza di eventi come quello del caso di studio, la siccità del 2003 nel bacino del Po”, conclude de Carli, “rende necessaria una riflessione approfondita sulle strategie di intervento nelle emergenze”.
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