Abbigliamento, la pressione sui costi avvelena la filiera

Un produttore europeo su tre è convinto di essere vessato dai grandi distributori, che cercano di scaricare su di loro il rischio d’impresa, rivela uno studio Bocconi-Baker & McKenzie per la Commissione Europea

Un produttore europeo di abbigliamento su tre lamenta di essere oggetto di pratiche scorrette da parte di una distribuzione che acquista sempre maggiore potere contrattuale e tende, secondo alcuni, ad abusarne. L’imposizione di termini stringenti sui tempi di consegna e sconti automatici in caso di inadempimenti anche minimi è pratica comune secondo il 46% delle 398 imprese di Italia, Francia, Spagna, Germania, Repubblica Ceca e Polonia analizzate dal rapporto dell’Università Bocconi in collaborazione con Baker & McKenzie Business Relations in the EU Clothing Chain: From Industry to Retail and Distribution, finanziato dalla Commissione europea e presentato oggi presso Sistema Moda Italia.

D’altra parte, il 46% dei produttori sostiene di essere riuscito a instaurare con almeno uno dei propri clienti della distribuzione un rapporto di partnership, attraverso il quale le imprese si assicurano un flusso costante di ordini in cambio di una maggiore flessibilità sui tempi di consegna e sulla scontistica.

Una dettagliata analisi della legislazione nei paesi considerati ha messo in evidenza la quasi totale assenza di leggi specifiche a tutela della correttezza dei rapporti contrattuali all’interno della filiera dell’abbigliamento e i produttori lamentano il fatto che i distributori scarichino su di loro parte del rischio d’impresa. La lista di quelli che vengono vissuti come abusi è lunga. La distribuzione fa firmare contratti dettagliatissimi (è capitato almeno qualche volta al 38,3% dei produttori di abbigliamento), chiede sconti addizionali per i capi invenduti (35%) o fa pressione per restituirli (30,9%), fa produrre altrove campionari che richiede e poi non acquista (30,8%), chiede una quota a inizio anno a titolo di contributo alle spese promozionali (30,1%), o una quota d’ingresso per entrare nella lista dei fornitori (28,3%), paga ben oltre la scadenza dei termini senza riconoscere nulla per il ritardo (30,7%), addebita piccole ! quote per inadempienze formali (25,7%), minaccia di interrompere il rapporto o ridurre gli ordini se non ottiene gli sconti voluti (24,9%), si accredita quote per azioni promozionali specifiche anche dopo che l’ordine è stato accettato (24,4%) e arriva a interrompere all’improvviso relazioni di lungo periodo (11,1%).

Il comportamento dei distributori sembra dipendere dalle relazioni di forza, con gli ipermercati sistematicamente più aggressivi delle società di vendita per corrispondenza, delle catene specializzate e dei grandi magazzini nel contrattare con una base di produttori europei in cui prevalgono le piccole imprese. Ne consegue che i produttori dei paesi che hanno maggiori rapporti con gli ipermercati (soprattutto la Repubblica ceca) risultano i più vessati.

“Il rapporto tra distribuzione e produttori è chiaramente e comprensibilmente sbilanciato”, spiega Stefania Saviolo, direttrice del Master in fashion, experience and design management della Bocconi e coautrice del rapporto. “In un mercato ipercompetitivo come quello dell’abbigliamento gli operatori della gdo cercano di far valere la loro forza contrattuale e la dicotomia che conta davvero per i produttori non è tra pratiche corrette e scorrette, quanto piuttosto quella tra certezza e incertezza. Si possono anche pagare penali per i ritardi e concedere forti sconti, ma in cambio della certezza di mantenere un rapporto di lungo periodo. E, invece, l’ossessione per il prezzo più basso fa male all’industria, che rimane spiazzata, e alla distribuzione, che spesso rinuncia a utilizzare leve più sofisticate e che consentirebbero di ottenere margini superiori. Forse il pubblico preferirebbe prezzi ma! rginalmente più alti, ma coniugati a un’offerta più ampia e a un’atmosfera più interessante sul punto vendita”.

I consumi di abbigliamento in Europa crescono molto lentamente e i prezzi, in alcuni mercati, sono in discesa, mentre format distributivi come l’ipermercato e la catena specializzata sottraggono quote di mercato a quelli più tradizionali. I distributori tendono a integrarsi verticalmente controllando alcune fasi della filiera e lasciando sempre meno spazio a i produttori che da parte loro, per resistere alle pressioni sul prezzo, sono spesso costretti a spostare la produzione nei paesi in via di sviluppo. Lo scenario peggiore, anche per i distributori, è quello di un’industria europea in ginocchio, sostituita da grandi produttori esteri con una forza contrattuale superiore.

“Le aziende del tessile e moda italiane”, dichiara Carlo Rivetti, consigliere incaricato alla Promozione SMI, “non si ritengono in contrapposizione con il mondo della distribuzione, ma i due mondi devono essere alleati per la promozione del Made in Italy. Regolamenti e sanzioni vanno bene per combattere i comportamenti scorretti, ma l’obiettivo deve essere una collaborazione equilibrata, in grado di assicurare vantaggi reciproci”.