Milano: Nelle ultime settimane una vera e propria ondata di cifre sull’economia e la crescita ha invaso, verrebbe da dire infestato, i giornali. In alcuni casi si è trattato di dati a consuntivo, quindi più che attendibili (vedi l’Istat); in altri di previsioni che hanno più che altro il connotato del “pronostico“, come nel caso dell’Ocse le cui stime di crescita dello “zero virgola“ sono accompagnate da un singolare avviso ai naviganti: il margine di errore è di cinque volte, tanto in negativo quanto in positivo (in sintesi: se dico +1% può essere +5 come -4).
Tornando sul terreno della concretezza, i dati dell’Istat basati sui primi due trimestri dell’anno ci dicono che la crescita del prodotto interno lordo già acquisita dall’Italia è dello 0,9%. Così resterebbe se accadesse che nel secondo semestre la crescita fosse pari a zero. In realtà è corretto ipotizzare (Istat, Commissione Ue, Bankitalia, Confindustria) che a fine anno la crescita definitiva oscillerà dal’1% all’1,3%. Al di sotto dei Paesi-guida d’Europa, al di sopra della Spagna ancora in piena recessione.
Ma è poi così siderale la distanza che ci separa da chi, nelle statistiche, va meglio di noi? Secondo alcuni analisti questo divario di crescita si accorcerebbe notevolmente se venisse preso in considerato il volume dell’economia sommersa, che non solo nel nostro Paese è di gran lunga superiore, ma è fisiologicamente cresciuta più che altrove nei due anni della crisi. Un ragionamento che porta a supporre (lo scrive oggi l’economista Francesco Forte) che la crescita reale del Pil sia superiore di un buon mezzo punto rispetto a quella prevista, attestandosi nel 2010 in un range tra 1,5% e 2%.
La distanza tra l’economia reale (con il sommerso) e l’economia delle statistiche è emersa in una recente ricerca del Sole 24 Ore, che ha provato a disegnare una mappa geografica della fedeltà fiscale degli italiani, partendo dal confronto tra i redditi (ufficialmente) disponibili, quelli cioè denunciati all’Erario, e i consumi effettivi dei cittadini. Con un risultato sorprendente, che ha rovesciato come un calzino gli stereotipi che vorrebbero l’evasione fiscale annidata nel ricco nord produttivo delle piccole imprese e delle partite Iva. E’ l’esatto contrario: la distanza tra quanto si ha e quanto si spende, cioè a dire il livello dei consumi in rapporto al reddito, registra un divario molto alto a partire da Sicilia, Campania e tutto il Sud (fa eccezione la Basilicata) per poi decrescere salendo verso il Nord dove i consumi risultano adeguati o addirittura inferiori al reddito disponibile.
Le considerazioni sulla crescita reale del Pil italiano vanno giudicate positivamente ma non devono essere in alcun modo “consolatorie“. Devono piuttosto essere di stimolo all’azione del governo, che ha scelto di mettere la riforma fiscale al centro della sua attività da qui a fine legislatura. Finora la lotta all’evasione e al lavoro nero ha dato ampiamente i suoi frutti. Adesso, accanto al redditometro, la battaglia per un fisco giusto, la vera e propria riforma, passa attraverso l’attuazione del federalismo fiscale. Tra gli obiettivi anche quello di mettere quel mezzo punto di Pil del sommerso anche nelle statistiche ufficiali.
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