27 gennaio 2004: in tutta Italia si celebra la Giornata della memoria.
La liberazione del Lager simbolo dell’universo concentrazionario nazista è diventata l’occasione per strappare all’oblìo della storia lo sterminio di quasi sei milioni di ebrei, oltre ai migliaia di zingari, omosessuali, oppositori politici, che Hitler aveva condannato come «Uentermenschen», sottouomini.
27 gennaio 2003: "Memoria vi concede breve sonno: ora destatevi."
L’invito di Salvatore Quasimodo sembra essere stato raccolto, quando il Parlamento, con la legge del 20 luglio del 2000, ha deciso di istituire il "Giorno della memoria" per ricordare le vittime dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati italiani nei campi nazisti nonchè di coloro, che in diverse parti del mondo sono state vittime di soprusi e di violenze per il colore della loro pelle o per il loro credo.
Data scelta per la commemorazione il 27 gennaio, che, come un monolite nella coscienza degli uomini, dallo scorso anno segna il giorno in cui, nel 1945, fu liberato il campo di sterminio di Auschwitz.
Quest’anno è stato Palazzo Malvezzi ad ospitare i Consigli del Comune di Bologna e della Provincia, riuniti in seduta solenne congiunta per il secondo anno consecutivo in occasione della commemorazione della Shoa.
Ad aprire i lavori, in un aula affollatissima di pubblico sono stati Valerio Armaroli, presidente del Consiglio provinciale e Leonardo Marchetti presidente del Consiglio comunale. Entrambi hanno sottolineato come il "giorno della memoria" sia un momento di grande valore simbolico, necessario a trasmettere alle nuove generazioni i valori della democrazia e della tolleranza, valori che, come hanno affermato successivamente il presidente della Provincia Vittorio Prodi e l’assessore regionale Luciano Vandelli, sono a fondamento dell’idea di Europa unita.
Prodi, in particolare, ha ricordato come proprio questa "idea" stia progressivamente aprendo la strada ad una nuova concezione della politica e dell’economia, a tal punto da candidare il nostro continente quale terra dell’incontro e della solidarietà .
"Chi ignora la storia è condannato a riviverla - ha detto il sindaco di Bologna Giorgio Guazzaloca, citando la frase che ora campeggia all’entrata di Auschwitz - la memoria " ha aggiunto - va coltivata e salvaguardata, soprattutto perché i germi del razzismo sono ancora presenti nelle nostre società , agiscono nell’ombra e ogni tanto riappaiono minacciosi, pericolosi, anche perché, purtroppo, niente è irripetibile, neanche l’olocausto".
Lucio Pardo, presidente della Comunità Ebraica di Bologna, ha intravisto segnali di nuove intolleranze negli ultimi tragici avvenimenti dell’11 settembre.
Ma il solo fatto di essere riusciti a istituire il giorno della memoria manifesta, a suo parere, la capacità del genere umano di riscattarsi, di ritrovare quel senso di solidarietà testimoniato dai tanti Perlasca, che nel silenzio hanno salvato molti ebrei.
Pardo, tra questi, ha voluto ricordare la figura di Don Arrigo Beccari, di Nonantola, noto per aver salvato la vita ai ragazzi di villa Emma.
Sul "sacro" dovere della memoria si è soffermato il rabbino capo della comunità ebraica di Bologna Alberto Sermoneta.
Nella Torah, il Libro dei libri degli ebrei, lo stesso Dio impartisce a coloro che hanno vissuto la schiavitù d’Egitto, l’ordine di raccontare la fuga per far sentire alle generazioni quegli avvenimenti come se li avessero direttamente vissuti.
Così, ha precisato il rabbino, deve avvenire per la schiavitù del popolo ebraico nei lager.
In tal senso, l’istituzione della Fondazione del museo ebraico di Bologna, presidente Eugenio Heiman, anch’esso presente alla seduta, acquista un particolare rilievo per la storia civile della nostra città .
Ma la memoria più autentica, si sa, è quella che nasce dalla storia individuale, dall’esperienza vissuta, quella che si fa ricordo e che "passa il testimone" alle nuove generazioni, rappresentate in aula da alcuni studenti della prima classe della Scuola media "Salvo D’Acquisto" di Bologna.
Soprattutto a loro si sono rivolti coloro che hanno vissuto la sofferenza dei campi di concentramento sulla propria pelle. Astro Gambari, in rappresentanza dell’Anei (associazione nazionale ex internati), Osvaldo Corazza dell’Aned (Associazione nazionale ex deportati) e Nedo Fiano, sopravvissuto ad Auschwitz.
Un invito a riflettere sul pericolo dell’affermazione di numerose ideologie razziste nei giovani è invece giunto da Osvaldo Corazza, che ha chiesto tra l’altro alle istituzioni, e soprattutto a quelle scolastiche, di fare in modo che il 27 gennaio non diventi una cerimonia meramente retorica, ma che la coscienza degli studenti relativamente ai fatti commemorati, sia desta ogni giorno dell’anno.
Ma è stato soprattutto Nedo Fiano che ha commosso e rapito i presenti, con l’appassionato ricordo dei momenti dell’ormai inattesa liberazione: "Verso le nove di quel fatidico 27 gennaio - ha detto Fiano - con un gelo che si produce soltanto in Polonia, è apparso nei lager di Auschwitz un primo soldato russo, più spaventato degli stessi prigionieri.
Un uomo che non riusciva a capire dove fosse capitato. In una striscia di terra rossa con l’odore dei corpi bruciati di Auschwitz.
Alle quindici i soldati dell’Armata russa liberarono Auschwitz e Birkenau. C’erano 5.800 morti, moribondi e malati; c’era un lezzo di morte".
Fu quella la "notte della storia" ha continuato Fiano, e dopo cinquantasette anni ancora nei sogni dei sopravvissuti si addensano le nuvole minacciose di quei momenti terribili.
Ma il ricordo per Fiano, è come per il Foscolo, la possibilità di ridare vita a chi l’ha persa, in particolar modo a quel milione e mezzo di bambini ebrei divorati dalle fiamme.
Per questo motivo il compito di tutti, e non solo di chi è stato ferito direttamente negli affetti, è quello di sconfiggere la distanza da quegli eventi e l’indifferenza che da tale lontananza può scaturire.
Il nostro tempo è a suo giudizio caratterizzato dalla mancanza di memoria, dall’esaltazione del presente e dell’eterna giovinezza, nonchè dall’incapacità di un vero progettarsi nel futuro: custodire il passato perciò, diventa un atto necessario affinchè si possa garantire ai giovani la capacità di avere prospettive, e di essere coinvolti in azioni collettive e partecipate in grado di cambiare in meglio la nostra società .
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