L’8 settembre 1943

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l’8 Settembre 1943 mi trovavo a Siena ed avrei voluto entrare all’Accademia di Fanteria e Cavalleria a Modena entro quell’autunno. Mio padre comandava la Scuola Allievi Ufficiali di Complemento di Artiglieria di sede a Siena, ma a quella data al "campo" per le annuali manovre di autunno nella zona di Torrenieri/San Giovanni d'Asso.

La notizia dell’armistizio mi colse alle ore 19 circa mentre ero al Teatro dei Rozzi per il concerto di chiusura degli allievi dell’Accademia Chigiana. La mia prima preoccupazione fu naturalmente per mio padre, ma contemporaneamente provai un grande senso di dolore e di rabbia perché l’armistizio segnava purtroppo la sconfitta della mia Patria nella guerra iniziatasi il 10 Giugno 1940.
Non avevo mai condiviso le ragioni di questa guerra - ammesso che esistessero- - ma una volta che l’Italia era in guerra non si poteva che augurarsi la vittoria della Patria, anche se sicuramente non avevo alcuna simpatia o partecipazione al regime fascista. Non perdonavo a Mussolini di avere portato il nostro Paese in una guerra totalmente impreparato, di avere fatto morire migliaia di bravi soldati marinai ed avieri, costretti a combattere, salvo pochissime eccezioni, in condizioni di assoluta inferiorità militare.

Mio padre - che non era mai stato fascista- - aveva combattuto in Africa Settentrionale al comando di uno dei Reggimenti d'èlite dell’artiglieria italiana, il Primo Reggimento Artiglieria Celere "Eugenio di Savoia" che si era battuto all’assedio di Tobruk ed alle varie operazioni militari dal febbraio 1941 fino al marzo 1942 (data di rientro di mio padre in Italia) armato con gli stessi pezzi con i quali i reggimenti d'artiglieria da campagna italiani avevano fatto la guerra nel 1915-18! Malgrado questo il Reggimento si comportò in maniera superba, tanto da guadagnarsi la Medaglia d'Oro al Valor Militare allo Stendardo e mio padre fu decorato della Medaglia d'Argento al Valor Militare "sul campo", di una seconda Medaglia di Bronzo e della Croce di Ferro tedesca di Seconda Classe.
Per tutte queste ragioni non potevo non essere preoccupato per la situazione difficile in cui si veniva a trovare la Scuola Allievi Ufficiali di mio padre, naturalmente totalmente impossibilitata di una qualsiasi azioni militare o di semplice difesa ove i tedeschi li avessero attaccati, com'era facile presumere dal testo dell’armistizio del Maresciallo Badoglio. La Scuola era infatti armata di vecchi pezzi e di moschetti 1891.

Mio padre tuttavia riuscì, ancora l’11 settembre, a riportare la Scuola in perfetto ordine, con allievi, cavalli, muli e pezzi d'artiglieria per via strada da San Giovanni d'Asso a Siena, con lui a cavallo in testa e la Bandiera accanto, senza essere attaccato. Forse il nastrino della Croce di Ferro che portava incuteva rispetto ai tedeschi. A Siena mio padre sciolse la Scuola, nascose la Bandiera, rese inutilizzabili i pezzi di artiglieria ed i moschetti, diede cavalli e muli in consegna ai contadini vicini alla città e rimandò a casa ufficiali e artiglieri con tre mesi di paga.

Si dette quindi "alla macchia" dopo avere rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale Italiana: riprese servizio all’arrivo degli Alleati in Toscana nell’estate 1944.
Ho fatto questa premessa per cercare di spiegare quelle che potevano essere le conseguenze sulle Forze Armate italiane dell’armistizio dell’8 Settembre sul quale si sono scritte pagine e pagine, con le più varie interpretazioni, calunnie, veleno sparso a piene mani, sia sulle motivazioni dell’armistizio, sia sul contegno delle Forze Armate del Regno, sia sul governo di allora. Per non parlare del fango gettato sul Sovrano per la sua partenza da Roma il 9 settembre 1943, di cui parleremo più avanti.

Malgrado il mio dolore e la mia profonda delusione per la fine della guerra contro gli Alleati, bisognava riconoscere ed accettare che purtroppo l’Italia nel 1943 non poteva assolutamente continuare la guerra. Pertanto, l’armistizio con i nostri nemici di allora, per triste che potesse essere, era assolutamente indispensabile per cercare di salvare quello che ancora poteva esserlo nel totale disfacimento delle nostre difese e della nostra posizione internazionale. l’Italia invasa; la Sicilia perduta; gli Alleati sbarcati in Calabria già dal 3 settembre; la flotta decimata; i nostri soldati sparsi nei Balcani ed in Francia; le unità in Italia, in buona parte provenienti dalla catastrofe russa, in fase di riaddestramento.
Continuare la guerra in queste condizioni sarebbe stato criminale: il governo del Maresciallo Badoglio, con l’approvazione del Sovrano, non ebbe molta scelta. Che poi le trattative siano state condotte male, con molta ingenuità e con speranze del tutto infondate di comprensione da parte degli Alleati, è un'altra questione. Non so però, a parte forse di avere agito con persone non adatte nelle trattative con gli Alleati (ad esempio il Conte Grandi avrebbe potuto farlo molto meglio), quale altra alternativa poteva presentarsi all’Italia nell’estate del 1943.
È poi da sottolineare, per comprendere quello che accadde l’8 settembre 1943, che il comportamento di alcuni Ufficiali Generali, responsabili di alcuni comandi delle truppe, fu senz'altro altamente deprecabile. Ad esempio - il più lampante- - quando alcuni Generali americani arrivarono a Roma il 7 settembre per concordare con gli italiani l’invio di una divisione paracadutista U.S.A. vicino a Roma, credo a Pratica di Mare, il Generale Carboni, la cui azione di comando del Corpo d'Armata Motocorazzato attorno a Roma - unità in perfetta efficienza e condizioni di combattere- - fu molto ondivaga e poco risoluta, si rifiutò di garantire agli Alleati il mantenimento dell’aeroporto fino all’invio dei Paracadutisti americani. Di fronte ad un tale atteggiamento gli Ufficiali americani ritornarono ad Algeri ed espressero al Generale Eisenhower i loro dubbi sulla sincerità degli italiani nell’osservare le condizioni dell’armistizio già firmato a Cassibile in Sicilia il 3 settembre. Ovviamente, l’effetto morale sulle nostre FF.AA. dell’arrivo degli Americani, per combattere accanto a noi, sarebbe stato determinante.

In queste condizioni Eisenhower inviò un ultimatum al Maresciallo Badoglio annunciando praticamente l’armistizio due o tre giorni prima di quello che si aspettavano gli italiani, per costringerli ad accettarlo, visto che il Corpo di Spedizione alleato, che doveva sbarcare a Salerno, era oramai vicinissimo alla costa italiana.
Questo anticipo, comprensibile data la situazione degli Alleati e le condizioni dell’Italia in quel periodo, colse il governo italiano con le disposizioni per difendersi dai tedeschi tuttora in via di completamento. Le truppe italiane furono così poste in una situazione difficilissima, senza avere ancora ricevuto ordini precisi (le parole dell’armistizio di "reagire ad ogni attacco da qualsiasi parte esso provenga" erano estremamente vaghe e non potevano essere che interpretate liberamente). È vero che c'era stata una disposizione dello Stato Maggiore Regio Esercito che presupponeva un attacco tedesco, ma essa non potè essere applicata nel breve tempo tra la ricezione da parte dei Comandi più elevati e l’annuncio anticipato dell’armistizio.
In queste condizioni, il Re non poteva far altro che trasferirsi il più rapidamente possibile in un'area del territorio nazionale dove potesse esercitare le sue funzioni. Non voleva, in ogni caso, cadere in mano ai tedeschi che avrebbero potuto anche costringerlo a rinnegare l’armistizio e continuare la guerra italiana al loro fianco (ricordiamoci quello che successe all’Ammiraglio Horthy in Ungheria nel settembre 1944).
Non fu però, come si continua a ripetere da fonte repubblicana, una "fuga": il corteo reale partì da Roma sulle macchine di Corte battenti le insegne reali, scortato da Carabinieri in motocicletta. Il corteo così composto non fu infatti mai fermato da alcuni posti di blocco che i tedeschi si dice avessero messo sulla strada per andare da Roma a Pescara e poi ad Ortona.

Sarà bene ricordare che fin dai primi di settembre era stato disposto dalla Regia Marina l’invio di due navi da guerra a Civitavecchia per portare alla Maddalena e poi in Sardegna la Famiglia Reale e il Governo in caso di attacco tedesco. l’anticipo dell’armistizio da parte alleata e l’immediata occupazione di Ostia e Fiumicino da parte di una divisione di paracadutisti tedeschi la sera dell’8 settembre impedì al Sovrano e al Governo questo trasferimento che sarebbe stato senz'altro più consigliabile.

In questa maniera, Vittorio Emanuele III salvò le Istituzioni dello Stato italiano e la continuità dello Stato stesso, assumendosi in proprio la non facile responsabilità dell’osservanza delle clausole dell’armistizio. Gli Alleati consideravano infatti il Sovrano unico fidato garante dell’armistizio. Il Principe Ereditario Umberto, suo malgrado, seguì suo Padre. Come militare doveva osservare gli ordini del Re: inoltre, essendo oramai molto anziano e provato, il Sovrano volle con sè l’Erede al Trono per ogni evenienza. Del resto, a Roma era rimasto il Generale Conte Carlo Calvi di Bergolo, Comandante di una Divisione Corazzata del Corpo d'Armata del Generale Carboni, che era anche - non dimentichiamolo- - genero del Sovrano in quanto marito della Principessa Reale Sua Altezza Reale Jolanda di Savoia, figlia primogenita del Re.
Le FF.AA. Regie si trovarono quindi in difficilissime condizioni. Ricordiamo che non era facile "rivoltare il fronte", combattendo contro un alleato con il quale si erano battuti assieme per tre anni: non ci potevano non essere crisi morali e di coscienza molto difficili. Ma quello che si tace sempre è che queste crisi, specie per gli Ufficiali, poterono essere superate e vinte soltanto per fedeltà al giuramento prestato al Sovrano. Ad esempio la Regia Marina si recò a Malta solo per eseguire gli ordini del Re e per salvare all’Italia l’unica forza armata ancora in grado di esercitare una pressione morale.
Dobbiamo dire e sottolineare che i combattimenti che il Regio Esercito ingaggiò contro i tedeschi (i quali ovviamente attaccarono dove poterono le nostre truppe), furono possibili solo ed in quanto gli Ufficiali obbedirono al giuramento di fedeltà prestato al Re. Non per altre ragioni quali oggi vengono addotte di "inizio della resistenza", "antifascismo", "principi di democrazia" ecc. ecc. Ricordiamoci che i combattimenti di Cefalonia della Divisione Aqui, quelli della Divisione Perugia in Albania ed le altre reazioni contro l’attacco tedesco che vi furono un po’ ovunque, furono possibili solo - e desidero ripeterlo- - per fedeltà al giuramento prestato. Quindi non raccontiamo fandonie di "inizio della resistenza" e simili fole. Di "resistenza" si cominciò a parlare solo nell’ottobre-novembre del 1943, quando parecchi militari, ufficiali e soldati del Regio Esercito, cominciarono a formare unità partigiane per combattere di tedeschi nell’Italia occupata.

Rimane il fatto che l’8 settembre non può essere una data da celebrarsi. Nessuna nazione al mondo celebra una resa ed una sconfitta come lo furono per l’Italia l’8 settembre 1943. Possiamo fissare ad altra data il ricordo dei combattimenti di Porta San Paolo, l’eroismo di tutti i soldati, marinai ed avieri che si batterono, in condizioni di assoluta inferiorità , contro i tedeschi nei giorni che seguirono l’armistizio, ma dobbiamo ripetere che ciò fu possibile per fedeltà al Re e non per altre ragioni. In ogni caso mai celebrare, non importa per che ragioni, l’8 settembre 1943 che per l’Italia non può che essere che una giornata di lutto. Se si parla oggi con i pochi superstiti del Reggimento Lancieri di Montebello, che si battè eroicamente contro i tedeschi a Roma a Porta San Paolo il 9 e 10 settembre, dicendo loro che sono stati i primi della "Resistenza" contro i tedeschi, si inquietano: «Ma che resistenza! Se combattemmo i tedeschi lo fu per obbedire esclusivamente agli ordini del Re e basta: di "resistenza" allora non sapevamo neanche cosa fosse!». Questa è la vera essenza di quello che fu possibile fare contro i tedeschi l’8 settembre e i giorni successivi. Il che è in netto contrasto con la "vulgata" repubblicana, per la quale la "Resistenza" nacque l’8 settembre stesso e fu alla base della rinascita italiana dopo la sconfitta. Mai avvenimento meno rispondente alla verità storica fu avallato dalla storiografia ufficiale di un Paese libero. Tutto ciò, per nostra sventura, rientra in quel processo di "forzata rivalutazione" della coscienza nazionale dopo che anni di fascismo furono liberamente accettati dalla maggioranza degli italiani. La "Campagna d'Italia", combattuta dagli Alleati dal settembre 1943 al maggio 1945, è diventata per noi la "Guerra di liberazione", senza ricordare che se non fosse stato per gli Alleati l’Italia non sarebbe mai stata "liberata". Senza ricordare neanche che la "Resistenza", come raccontata nelle scuole e dalla storiografia ufficiale, non è mai stata determinante per la vittoria degli Alleati.

Sarebbe molto più dignitoso per l’Italia dire le cose come stanno ed accettare che quello che è stato fatto dalle Forze Armate Regie, dai Patrioti e dalle formazioni partigiane che hanno combattuto contro la Repubblica Sociale Italiana e contro i tedeschi, è stato sì eroico e incoraggiante, ma condizionato dalla volontà degli Alleati e dalle nostre possibilità politiche quali dettate dalle condizioni dell’armistizio.
Per quanto mi riguarda non ebbi esitazioni: nell’aprile 1944 raggiunsi le formazioni di Patrioti della formazione Monarchica in Toscana "Raggruppamento Monte Amiata". Potetti più tardi essere utile alla mia Città , passando le linee del fronte e raggiungendo il Comando francese a sud di Siena, per informarlo - come avevano richiesto- - che i tedeschi si sarebbero ritirati senza combattere nella notte tra il 2 e il 3 luglio 1944: Siena fu così salvata da un minacciato bombardamento francese. In seguito, come Ufficiale di Collegamento del Regio Esercito Italiano, fui destinato alla VIII Armata Britannica sul fronte adriatico e rimasi in servizio per tutte le operazioni militari dell’inverno 1944-45 fino allo sfondamento sul Senio dell’aprile 1945, rimanendo con gli Alleati fino alla loro occupazione in Austria e poi successivamente in Italia fino al Luglio 1947.

Francesco C. Griccioli
ex Ufficiale di Collegamento con l’VIII Armata Britannica in Italia
(Stato Maggiore Regio Esercito, Servizio Informazioni Militari)

Membro del Centro Studi dell’Istituto della Reale Casa di Savoia (IRCS)
ircs_it@alice.it