Quantunque la maggior parte dei lettori di Dino Buzzati consideri questo Autore un milanese tout court, Dino Buzzati era invece veneto, nato a Belluno nel 1906.
Apparteneva ad una famiglia agiata, di un alto livello culturale, se si pensa che il fratello Adriano, fu uno scienziato di fama europea, e che il padre fu docente presso l’Università degli Studi di Pavia. Dino Buzzati non desiderava diventare un cattedratico; ciò nonostante si laureò in Giurisprudenza discutendo la tesi di laurea sulla "Natura giuridica del Concordato".
La sua poca propensione alla carriera di docente era dovuta alla passione per la scrittura e con questa passione venne assunto giovanissimo al "Corriere della Sera" come "correttore di bozze", nel 1928. Dino Buzzati era una personalità introversa ed umile, intelligente e sensibile, riservata e creativa.
La sua assunzione presso quello che era considerato il più importante quotidiano d'Italia, non lo inorgoglì più di tanto, nè lo rese vanitoso. Il suo compotamento, ma meglio si direbbe il suo stile, lo esclude da circoli a' la page, essendo una personalità intimistica e complessa. Buzzati guardava all’uomo, non certo alle sue ideologie, non si schierava nè contro nè a favore ma non per viltà : semplicemente egli era al di fuori o al di sopra di certe concezioni, prendeva di mira qualcosa di più complesso, il mistero dell’esistenza, della vita di tutti i giorni, analizzando il tutto con uno spirito filosofico oltre che letterario-esistenziale.
E il mistero dell’esistenza è un argomento che certamente non farà mai moda.
Con il tempo il lavoro al "Corriere" si fa più semplice perché Dino Buzzati diviene inviato speciale, critico d'arte, corrispondente di guerra in marina, anche lì dando prova del suo spirito fantastico-letterario, trasmettendo corrispondenze di "guerra sul mare" da mito salgariano!
Il primo romanzo che scrive e che viene pubblicato nel 1933 si intitola Bà rnabo delle montagne.
Due anni dopo scrive Il segreto del Bosco Vecchio che Sergio Solmi, con acutezza, ha preso quale testo di sceneggiatura, trasformandolo in un film per Canale cinque, nel quale il personaggio principale è stato impersonato dall’attore Paolo Villaggio, che crediamo abbia sostenuto la sua migliore parte di attore.
Barnabo e il Segreto sono due belle opere, dove il tema del fantastico permea e si sviscera nella trama del racconto, (e complimenti anche a Solmi che bene lo ha saputo tirare fuori), negli uccelli che parlano, nel bosco, che sembra un bosco del Nord Irlanda, un bosco di Tokieniana adozione.
Ma i due romanzi così profondi, belli, fantastici e filosoficamente venati da un esistenzialismo hanno minore successo rispetto a quel grande successo che avrà nel 1940, sino ai giorni nostri, Il deserto dei Tartari. Fu forse il clima di guerra, l’ambiente militare nel quale Dino Buzzati aveva posto la trama, a favorire forse la grande vendita di quel romanzo che diede un nome all’autore. È con questo romanzo, allegorico, che Buzzati acquista fama e credito. Nel 1942 viene fuori dalla sua vena artistica-letteraria-filosofica una raccolta di racconti I sette messaggeri avvincenti, fantastici, surreali a volte, meravigliosi ma poco apprezzati dalla critica, come d'altronde ancora oggi e poco apprezzata secondo noi l’arte di Dino Buzzati.
Nel 1945 Dino Buzzati scrive un racconto che dovrebbe essere una favola per bambini, e difatti lo è, ma guardandola con occhio adulto anche lì troviamo delle suggestioni realistiche e delle allegorie esistenziali; si badi bene che quando parliamo di Fantastico a proposito di Buzzati non alludiamo alle strombazzate fughe dal mondo per non vedere o per rifiutare la società ; Buzzati è l’esatto contrario. Egli analizza, critica kantianamente le cose del mondo, ma non per odiarle o allontanarle da sè; la sua è una disamina ma nel "Mondo", non contro di esso.
Nel 1949 pubblica Paura alla Scala, un altro libro di racconti altrettanto suggestivi e che fanno pensare, oltre che alludere, a tanti fatti della vita (i morti che assediano la scala possono essere gli anarchici). È inoltre autore di drammi, come ad esempio: Un caso clinico (1953). Riguardo ancora alla sua produzione narrativa occorre ricordare: Il crollo della Baliverna (1954), Sessanta racconti (1958), con cui ottiene il premio Srega. Nel 1962 Buzzati pubblica un romanzo di fantascienza Il Grande Ritratto, forse il primo e bello romanzo di fantascienza italiana contemporanea, con una trama così avvincente e ricca di colpi di scena che ben si presterebbe come sceneggiatura di un film, ma non ottiene grande successo rispetto invece al romanzo Un Amore dell’anno successivo, nel quale sono presenti alcuni temi del romanzo precedente
Buzzati, in questi due libri consecutivi, fa riferimento al tema dell’amore, o meglio si intravede una donna nella sua vita, protagonista di Un Amore e di Il Grande Ritratto.
La letteratura buzzattiana è stata apprezzata soprattutto in Francia e in Germania. Stempel, Baumann, Sejor, Atchity si sono interessati di Buzzati. T. Stempel è autore di uno studio dal titolo Realitat des Fantastichen, untersuschungen zu den erzhalungen Dino Buzzatis, pubblicato a Francoforte nel 1977.
In Italia, tra coloro che hanno conosciuto Buzzati, c’è Indro Montanelli, che, insieme a Gaetano Afeltra, aveva lavorato con lui al "Corriere della Sera". Indro Montanelli Montanelli scrisse sul "Giornale" di Milano:
"... ma non è una rivelazione, il fortino perduto ai margini del deserto dei tartari non era che la poetica trasposizione del banco di redazione del giornale in cui Buzzati ha lavorato in attesa di una occasione di gloria, come il Drogo del suo romanzo".
In un'intervista rilasciata ad Alberigo Sala, riguardante Il deserto dei Tartari, Dino Buzzati dichiarò:
"Dal '33 al '39 ho lavorato al "Corriere della Sera", tutte le notti, ed era un lavoro pesante e monotono, i mesi passavano, gli anni passavano, ed io mi chiedevo se sarebbe andata sempre così, se le speranze e i sogni si sarebbero atrofizzati a poco a poco... intorno a me vedevo gli uomini, i quali andavano trasportati dallo stesso lento fiume e mi domandavo se anche io, un giorno, non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi. Era un tema universale, una macchina nei cui ingranaggi ero preso anche io ma che macinava anche la stragrande maggioranza dei miei simili... l’ambiente militare mi offriva due vantaggi: quello di semplificare il tema della speranza e della vita con maggiore evidenza, perché le regole militari sono più lineari, rigide, di quelle di una redazione giornalistica, in un ambiente militare la mia storia avrebbe potuto acquistare una forza allegorica; il secondo motivo che la vita militare corrispondeva alla mia natura: mi era bastato il normale servizio di Allievo Ufficiale per sentirmi attratto profondamente e per assimilare fino in fondo lo spirito di quel mondo che oggi sembra così discreditato...".
Dino Buzzati moriva a Milano nel 1972.
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