E così il testo della riforma universitaria che ha scatenato in tutta Italia le proteste di studenti, ricercatori e professori universitari, spesso oltre i limiti della legalità e con evidenti connotati di strumentalizzazione, Martedì 30 novembre, è stato approvato alla Camera e approda adesso ai più pacifici lidi di Palazzo Madama.
La settimana scorsa abbiamo stigmatizzato il segnale del cattivo clima che si era venuto a creare nel nostro Paese convinti che ogni sistema, specie se pubblico, funzionerà per il meglio quando ogni componente saprà giocare il proprio ruolo, non fuggendo ma dirigendo le proprie energie senza esserne schiavo, e si porrà ad esempio con piena assunzione di responsabilità .
Abbiamo affermato ancora che l’università ha urgente bisogno di una terapia incisiva ed efficace per uscire dallo status quo e riconquistare il prestigio perduto e che la riforma presentata da questo Governo non si può bocciare in maniera pregiudiziale ma va migliorata specialmente dopo l’infinita serie di emendamenti frutto di compromessi politici, sindacali e di altre varie nature che, in parte hanno stravolto il testo originale.
La Gelmini che si è detta, comunque, dispiaciuta per il clima di tensione sociale, ha affermato che la nostra Università , con l’approvazione definitiva “sarà un’università con i criteri che vigono in tutta l’Europa e con un sistema di valutazione e una distribuzione delle risorse in maniera meritocratica”. Ha, quindi, invitato gli studenti a “monitorare come funzionerà questo disegno di legge e a lavorare insieme”.
Non vi è dubbio che aver fondato la riforma sui concetti di autonomia e responsabilità , valorizzazione del merito e combinazione di didattica e ricerca e legato le risorse da assegnare alle Università alla qualità della ricerca e della didattica sia l’aspetto più significativo del disegno di legge proposto dal Governo.
Ma è proprio il merito che, a nostro avviso, entra in “crisi” quando il Ministro, commentando le proteste, ha sostenuto “che tra i meriti fondamentali della sua riforma c’è il porre fine a parentopoli”. La legge, infatti, prevede che non potrà avere parentele fino al quarto grado chi parteciperà ai concorsi da docenti ma anche per ricercatore e assegnisti professori appartenenti al dipartimento o alla struttura che effettua la chiamata.
La presenza di parentele illustri in molte università è nota a tutti: Docente il padre, associato il primogenito, ricercatore il secondo e qualche volta c’è spazio persino per la consorte e per parentele trasversali.
Di dinastie nella docenza, insomma, ce ne sono tante come tanti sono gli studi che dimostrano come ci sia un vero e proprio nesso scientifico tra il nepotismo e il basso livello della didattica. È, perciò, necessario e urgente, stroncare questo diritto “ereditario”.
La parola d’ordine con cui bisognava formulare la riforma era la valorizzazione del merito, ma un Governo “forte” deve essere in grado non solo di scoprire, ma anche di valorizzare i “talenti” e non deve commettere un’ingiustizia per affermare un principio giusto: il principio giusto è quello di avere docenti preparati e l’ingiustizia è escludere dall’insegnamento un concorrente solo perché parente di un professore che insegna nello stesso dipartimento che ha effettuato la chiamata.
È legittimo, in un paese democratico, impedire ai figli di fare lo stesso lavoro dei padri solo perché questi si trovano a svolgere la loro professione nella stessa Università ?
Si può impedire, ad esempio, al figlio di un agricoltore di fare lo stesso mestiere del padre o al figlio di un meccanico di svolgere il lavoro del padre dimenticando che spesso il miglior maestro si trova in famiglia?
Assumersi a priori la responsabilità che i figli dei professori universitari non possono avere capacità , competenze disciplinari e quanto necessario per l’insegnamento, è un grave errore che potrebbe privare l’Università “sede primaria di libera ricerca e di libera formazione” di tanti giovani talenti che avrebbero appreso dai loro padri l’inclinazione e dimostrato, attraverso una seria selezione, anche le competenze. E questa esclusione non indebolirebbe l’Università quale “luogo di apprendimento ed elaborazione critica delle conoscenze per il progresso culturale, civile ed economico della Repubblica” così come afferma in premessa il testo della riforma?
È bene impedire la prevaricazione di un padre che mette in atto tutti gli strumenti per favorire un esito positivo di un concorso o una chiamata diretta di un proprio figlio/parente danneggiando e ignorando chi ha dimostrato o potrebbe dimostrare più meriti e competenze, ma è grave e arretrato escludere dai concorsi e dalle graduatorie chi vorrebbe scegliere una professione dimostrandone le e capacità .
Sarebbe più logico e legittimo, trovare meccanismi di reclutamento tali da valutare le capacità di chi vuole accedere all’insegnamento anzichè escludere subito per semplice verifica dello stato di famiglia o dell’estratto dell’albero genealogico.
Un Governo forte e attento alle esigenze della collettività , non può cavalcare la tigre senza restare sbranato, non può aggirare i problemi ma deve essere capace di affrontarli e risolverli.
Giuseppe Luca, pippo.luca@alice.it, 3334358311
Direttore Responsabile della “Letterina”
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