L’età dell’oro

L’età dell’oro è un mito.
Tutti han sempre sofferto molto e non ricordano... se sono onesti intellettualmente... periodi della propria esistenza in cui la paura non abbia preso il sopravvento sul coraggio. Da qui è dipeso per ciascuno un modo tutto proprio e contorto di approccio alle esperienze della vita:
la personale dotazione di nevrosi.
Il modo di intendere il viaggio ad esempio...
Si può amare il “viaggiare“ in modo spasmodico e praticarlo per anni ma si ha sempre l’impressione di voler scoprire quando e quanto intensamente “tornare“.
Perchè si ama la nostalgia, l’atmosfere crepuscolari del ricordo, la magia della decadenza nel ripercorrere tracce che si perdono nell’oblio.
Tutto questo perché il presente non è mai bastato;non si è mai del tutto imparato a vivere con il buono e noioso pane quotidiano...
“Ad astra... per aspera“... si traduce spesso in una fuga.
Lo scrivere assume cosi’ una funzione catartica e nel contempo segna ritmi e tempi del fluire della coscienza.
Si è visto molto o perlomeno abbastanza negli anni, si è sentito profondamente e i problemi sono sufficientemente universali per dar loro un senso e una corporeità anche se fatta solo d’inchiostro.
Vivere strane giornate fra estasi e angoscia è la normalità e non si avanza se non si è prima visitato tutte le stanze e i pertugi dei propri castelli in aria.
Il tempo di tutti sta passando e si sprecano giovinezza e maturità in un gioco sterile su di un terreno arido che è quello della razionalità... inframmezzato da autentici abbandoni mistici.
Anche in questa dicotomia si avverte comunque qualcosa di epico... come l’attesa che accomuna il tenente Drogo de “Il deserto dei Tartari“ e il beckettiano Godot:che spuntino fiori fra le pareti annerite e consunte dell’anima.


ROSARIO TISO

*I contenuti dell’opera non possono essere riprodotti senza l’autorizzazione dell’autore
*Il disegno pubblicato è di Annamaria Farinelli