“MISTERO BUFFO“ AL TEATRO VITTORIA DI ROMA

14.4K visualizzazioni

ROMA - “C’e’ una domanda che percorre tutto lo spettacolo: se Gesu’ Cristo tornasse oggi e arrivasse in Italia, ammesso che il ministro Maroni lo facesse passare, chi sarebbe? Cosa potrebbe fare? Come reagiremmo, come reagirebbe lui e quanto si arrabbierebbe, perche’ di ragioni per arrabbiarsi ne avrebbe e tante?’’. Oggi, per paradosso, ognuno di noi e’ un povero cristo, ognuno di noi e’ in fila alla biglietteria del cinema Italia“. Tra storia e attualità, Paolo Rossi torna a teatro con ’Il Mistero Buffo di Dario Fo (PS: nell’umile versione pop’, la sua rivisitazione del capolavoro del ’69 del Premio Nobel per la Letterarura, che approda " fino al 20 marzo al Teatro Vittoria di Roma - con diverse novità rispetto al debutto dello scorso anno, a partire dalla presenza in scena di Lucia Vasini . La narrazione drammaturgica viaggia su due percorsi paralleli: i racconti di Fo e quelli, inediti e continuamente aggiornati, di Rossi. La prospettiva del racconto e’ sempre quella della povera gente, gli umili, “gli unici protagonisti veri del buono e cattivo tempo della nostra società di ieri e di oggi“, afferma Rossi, che nello spettacolo attualizza la figura del giullare medievale, interprete dei malumori del popolo verso i detentori del potere. E la presentazione dello spettacolo romano si trasforma in una divertente anticipazione delle finestre sull’attualità che Rossi apre in diversi momenti dello spettacolo: “Tremonti dice che con la cultura non si mangia, ma io qualche merenda ce l’ho fatta. E poi con la cultura si impara a difendere meglio i propri diritti e allora qualcosina in tavola si riesce a portare“, ironizza Rossi.
La novità, spiega l’attore, ’’oltre al mio grammelot che ha un fondo giuliano, visto che sono di Trieste, al contrario di quello di Fo che era varessotto’’, e’ ’’piu’ attenzione ai testi storici, per far riflettere, che finestre aperte sulla cronaca, e con un ritmo piu’ serrato di quello di Fo negli anni ’70, perche’ oggi, neurologicamente parlando, nessuno regge piu’ di tre minuti di fila di attenzione, e allora devi ricorrere di continuo a effetti petardo. Quindi punto su cambi di registro tra comico e drammatico molto veloci, inaspettati, bruschi, violenti. Il piu’ forte e’ affidato nel finale a Lucia Vasini, che entra per un’improvvisazione comica a due fulminante e in cui giochiamo a metterci in difficoltà e poi passa istantaneamente a rappresentare il lamento disperato di Maria sotto la Croce’’.
Ogni sera diverso, “recitato con il pubblico e non per il pubblico“, e’ uno spettacolo -spiega Rossi- “ricco di cambi repentini di registro, dal comico al drammatico“, e’ un’allegoria che confonde i generi, la finzione con la realtà, i sogni del popolo con la cronaca. “L’Unità d’Italia? So di cosa parliamo -dice l’attore- perche’ sono di Trieste. E sono convinto dell’unità del Paese pero’ siamo anche il Paese che ha piu’ cause penali e civili per liti condominiali. Insomma l’unità d’Italia non puo’ essere solo una bandiera, una canzone o una partita di calcio. Benigni a Sanremo? Roberto e’ sempre il piu’ grande di tutti“. Lo spettacolo e’ un omaggio all’amico e maestro Dario Fo (col quale Rossi esordi’ sul palcoscenico nel 1978) e alla celebre opera teatrale che rivoluziono’ la storia del teatro popolare in Italia e nel mondo, e nel contempo una rivisitazione dei Misteri che raccontano la nostra epoca. “Il mistero piu’ buffo dell’Italia di oggi? Ma oggi e’ tutto un mistero, faccio prima a dirvi le poche certezze che ho“, scherza. “Certo una cosa molto strana e’ che in Italia siamo tutti dormienti e invece di svegliarci l’un l’altro constatiamo il sonno. Ma non sarebbe piu’ normale dire: ’ehi! Svegliati!’ a chi ci sta accanto piuttosto che ’dormi anche tu?’...“, prosegue Rossi.
Del Mistero Buffo di Fo rimane anche la rilettura in chiave buffonesca dei misteri religiosi: “Ho remixato alcuni pezzi di Fo adattandoli a Ratzinger e allo sfarzo tutt’oggi esibito in alcune occasioni dalla Chiesa“. Insomma, anche rispetto a quando ’Il Mistero Buffo’ fu concepito, gli spunti non mancano: “Oggi stiamo peggio che negli anni ’70. E non si puo’ solo puntare il dito sugli altri. Ormai ognuno di noi non puo’ sfuggire la sua parte di responsabilità, a partire dai teatranti. Insieme ai soldi sono finiti anche i discorsi e non credo che abbia piu’ molto senso fare dichiarazioni dai red carpet. Penso che gli attori che hanno guadagnato un di fama, luce e denaro abbiano un po’ il dovere di considerare il teatro come servizio sociale. E la scuola e’ il punto da cui ripartire“, dice l’attore che la sua strada l’ha scelta anche al prezzo della separazione dal suo produttore storico Paolo Guerra (che non cita mai, ma i riferimenti sono abbastanza chiari): “Avrei potuto fare un bel monologo sui precari e mettere in tasca qualcosa. E invece ho fatto uno spettacolo con i precari e qualcuno mi ha fatto notare che non mettevamo in tasca abbastanza...“, ironizza. Quanto ai progetti futuri, Rossi per ora esclude la tv: “Ho avuto un grande choc quando sono stato da Fazio e Saviano. Mi sono esibito dopo un duo che non avrei mai immaginato: Bersani e Fini. E facevo fatica a distinguere. Sono entrato in scena sconvolto. Ho bisogno di riprendermi...“, scherza. Poi, piu’ serio aggiunge: “I due spettacoli televisivi che hanno avuto maggior successo nell’ultimo anno sono stati ’Raiperunanotte’ e ’Vieni via con me’ e non e’ un caso che in entrambi ci fosse la componente teatrale dell’’animale vivo’. Oggi preferirei fare video per internet, dove gia’ il teatro ha una circuitazione pazzesca. La tv ha piu’ problemi del teatro, i new media hanno rubato piu’ pubblico alle reti generaliste e al cinema che al teatro...“.
Tra le novità apportate “i cambi bruschi di registro: si passa dal comico al drammatico quasi con violenza“, in uno spettacolo che è “un collage di momenti della nostra vita e della storia contemporanea“. Differente anche il dialetto, il mix linguistico proposto da Rossi include il Grammelot, dialetto del Nord Italia, e il Giuliano, dialetto di Trieste, città originaria del comico, nato a Monfalcone nel 1953. “Ci saranno anche termini in inglese, perché se dovessi recitare per strada almeno mi faccio capire“, scherza Rossi che spiega anche la scenografia dello spettacolo: “Un piccolo palco sul palcoscenico, che fa il verso alla commedia dell’arte e che si smonta in pochi minuti, almeno si in strada arrivano i controlli posso toglierlo in fretta“, continua il comico alludendo all’attuale situazione poco felice economicamente per i teatri italiani. Anche se per lui non ci sono dubbi: “Lo spettacolo dal vivo è tornato in auge“
Nato nel 1953 a Monfalcone, milanese d’adozione, Paolo Rossi da trent’anni spazia dai club ai grandi palcoscenici, dal teatro tradizionale al cabaret, dalla televisione al tendone da circo: ovunque con il suo personale modo di fare spettacolo che, pur immergendosi nelle tematiche contemporanee, non prescinde dall’insegnamento dei classici antichi e moderni, da Shakespeare a Molie’re, dalla Commedia dell’Arte a Brecht. Dal 2008 si dedica con nuovo slancio alla ricerca di un nuovo Teatro Popolare, attraverso soprattutto un capillare lavoro laboratoriale condotto in diverse città italiane (tra cui anche Rubiera, da cui nasce la collaborazione con La Corte Ospitale). Il Mistero Buffo di Dario Fo (PS: nell’umile versione pop) e’ uno spettacolo di e con Paolo Rossi, prodotto e distribuito da La Corte Ospitale, in collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber. Le musiche sono composte ed eseguite dal vivo da Emanuele Dell’Aquila con la regia di Carolina De La Calle Casanova.
A margine della conferenza stampa Paolo Rossi ha detto “Non è vero che Silvio Berlusconi è un bravo comico; non ho mai sentito nessuno raccontare le barzellette peggio di lui: sbaglia tutti i tempi, sbaglia i tormentoni e ricorda che “Cavour non mi sembra facesse ridere“