Parlare bene del nuovo film di Carlo verdone è assolutamente facile, anzi quasi imbarazzante perché dire che la sua ultima opera è un bel film è anche riduttivo.
Con questa sua ultima fatica, che riassume la carriera dell’attore regista e che è dedicata alla memoria del padre Mario, il nostro Carlo va a collocarsi sulla vetta della difficilmente scalabile montagna del cinema italiano in maniera semplice, spontanea e con una non comune raffinatezza di espressioni dettata dalla ottima scelta del tema, dei personaggi, degli attori tutti che tali personaggi interpretano.
Carlo ha saputo affrontare in maniera diplomaticamente decisa un tema che, se visto da una certa ottica, avrebbe anche potuto essergli di nocumento: la vocazione religiosa, i risvolti ad essa connessi ed il mondo che ruota intorno alle vocazioni; egli ha saputo brillantemente affrontarla riuscendo a dimostrare come il consiglio dato al missionario in crisi di fede dai suoi superiori ( quello di vivere un periodo di “ laicato “ in famiglia ) sia stato efficace ed abbia anche prodotto benevoli effetti sulla strampalata famiglia del prete che vive a Roma la vita che la grande città e la globalizzazione impone ai suoi abitanti: l’apatia, l’interesse economico, l’egoismo, la poca considerazione della famiglia sono tutti temi affrontati nel film e risolti con la bonaria allegria che soltanto Carlo sa infondere.
L’opera è senz’altro una rivisitazione artistica del Verdone fino ad ora conosciuto, malinconico e comico, umano ma deciso e pieno di una sottile inventiva che ha saputo infondere alla storia narrata in questa sua ultima produzione una vena di appassionato desiderio di “ sapere come va a finire “, tante sono le situazioni descritte e parallelamente narrate, situazioni che si incrociano l’un l’altra in una rete che è apparentemente inestricabile ma che alla fine si aprirà per far uscire dalle sue maglie il frutto delle opere buone, della pazienza, dell’amore per il prossimo che soltanto la vera fede di don Carlo ( questo il nome del sacerdote interpretato da Verdone ) è capace.
Sicuramente l’argomento, che tratta della messa a rapporto verso le autorità ecclesiastiche di un prete missionario che sta perdendo la fede in Africa per mancanza di mezzi e per la sua innata modestia che non riesce a dargli la certezza di poter affrontare le più svariate situazioni che il villaggio in cui opera gli presenta, poteva dimostrarsi anche di difficile digestione da parte della Chiesa ma, visto il film, la sentenza dei religiosi che hanno assistito alla proiezione è stata non solo di assenso ma anche di ammirata e specifica approvazione per il modo, da vero missionario, con il quale l’argomento è stato trattato, affrontato e risolto.
Altro tema importante affrontato nel film è quello della famiglia: dispersa, anonima, anche fastidiosamente presente negli interessi di ognuno dei suoi componenti che vorrebbero, solo apparentemente però, tra di loro collaborare ma che, come spesso avviene nella realtà, sotto sotto si odiano contribuendo così alla sfascio della cellula base dell’organizzazione della comunità.
Ebbene, anche in questo caso quel Carlo Verdone solitamente malinconico ed a volte anche scetticamente predisposto alla comicità, risolve - con la vera fede - tutti i casi che durante il suo periodo di laicato a Roma gli si presentano: il padre che ha sposato una moldava in barba alle attenzioni economiche dei figli che non sanno vedere la solitudine del vecchio genitore e che pensano soltanto alla fine che farà l’appartamento nel quale sono cresciuti, le africane da lui battezzate in quel continente e che in buona fede ha fatto trasferire a Roma con la prospettiva di un lavoro onesto e che, invece, trovano più facile prostituirsi, le figlie di una sorella di Carlo psicologa che avrebbero - loro insieme alla loro madre -? bisogno loro stesse di attenzioni psicologiche.
Ma il personaggio chiave della storia narrata con semplicità e grande efficacia in questa che definiremmo l’opera omnia di Verdone è sicuramente quello interpretato da una bellissima e bravissima Laura Chiatti che si avvicina alla scombussolata famiglia di don Carlo come una gatta dal passo felpato e che invece rappresenterà per tutti loro una vera chiave di volta, anche moralisticamente parlando, perché, in fondo, insegnerà a tutti i componenti quello che non hanno mai avuto: il senso dell’amore inteso proprio come don Carlo lo intende, ecumenico e buono, partecipativo ed altruistico.
Non appare il caso di evidenziare alcuna delle numerose gags che riempiono il film in maniera comica ed anche piena di sensibilità artistica, perché per consigliare la sua visione, che sarà nelle sale dal 5 gennaio 2010, è di per se sufficiente a dire che questo è un film che deve essere visto, è imperdibile perché oggi il nostro cinema non è orientato nel verso imposto da Verdone e dal suo meraviglioso staff ad una storia avvincente ed anche convincente perché affronta temi che ognuno di noi, in cuor suo, non vuole vedere ma che necessariamente deve affrontare in questo mondo così immaturo, fragile e che sta perdendo quella sensibilità nella quale si è rifugiato il nostro buon don Carlo.
Paola Di Pietro
338/2653386
paoladipietro_1@libero.it
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