Articoli su Marcia Theophilo

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Canti Amazzonici di Marcia Theophilodi Fábio Lucas

Quando ci si pone di fronte alla poesia di Márcia, Theóphilo, così profondamente radicata nella mitologia dell’Amazzonia, il primo impulso è quello di porre in relazione, mythos e logos nella misura in cui il lavoro artigianale e, la costruzione della poesia introducono la ratio civilizzatrice nella rappresentazione del mondo magico.

In questa èra di pieno avanzamento del processo capitalista nel campo dei rapporti- umani, bisogna ricordare che. sia dalle società naturali è l’artista a precedere il lavoratore. In altre parole l’arte. sin dalle origini, ha dimostrato di essere, per l’uomo, più essenziale del lavoro. Quando si leggono Io Canto L’Amazzonia (Roma, Edizioni dell’Elefante, 1992) e “I bambini giaguaro“ (Roma, Edizioni De Luca. 1995), entrambi bilingue. pubblicati in Italia, ciò che viene subito in mente è l’abbozzo di una cosmologia ben salda dietro alle poesie.

è facile che questo accada se si assume l’Amazzonia fonte tematica dell’espressione letteraria. Già Euclides Cunha diceva che, davanti allo splendore di quella natura, si aveva l’impressione che l’ultima pagina della Genesi non fosse stata ancora scritta.

Dalla lettura delle poesie di Márcia Theóphilo si sente la vita ripartirsi in tutte le parti della natura. è ciò che esprime la poesia VII di “I bambini giaguaro“

«il bambino giaguaro
si trasforma in tutte le cose
che vivono nell’acqua
si trasforma. in tutte le cose
che vivono sulla terra
non c’è differenza tra animali e piante
ciò che vive nella foresta è dentro la dea»

Nelle poesie è riconoscibile il panteismo che la ispira e la reversibilità tra déi ed esseri umani. mentre la, poesia XLVI dice:

«sono io il pappagallo, io l’araracanga
sono io l’ararea rossa, io la gru,
la curica azzurra
dalle preziose piume intrecciate
liane: pendenti
bracciali e mantelli’»

La poesia XLVIII propone:

«Danzare mascherati dona potere
la maschera di tenera corteccia
di legno turúri
aderisce al viso
trasforma ogni bambino
in divinità“.

La poetessa riconosce la supremazia del simbolo, costante delle società naturali. Parla del mondo magico, mostra una costante visione animistica, come nei versi finali della poesia “I suonatori di Uruá“:

“Albero, io conosco la tua vita,
i tuoi fruscii la voce dei tuoi rami,
e tu cerchi il mio sguardo per darmi compagnia.“

Intenso è anche il culto orgiastico dove sono cantati gli eccessi, come nella poesia “Ultima orgia“:

«andiamo avanti, niente può fermarci,
gli dèi pagani si trovano fra noi,
qui si compie la nostra storia più grande
sempre e soltanto vissuta dentro gli eccessi.’»

Quando la natura è invasa e dominata dalla cultura, il pensiero logico oblitera il pensiero magico Si risveglia la nostalgia. dei tempi dell’ innocenza e il sentimento di Perdita invade lo spazio esistenziale è quanto si vede nei versi della poesia “La pioggia le ha scolorite“:

«dentro ciascuno di noi
le prime prospettive
di ricostruire l’infanzia

cominceremo da quell’epoca
in cui si riusciva a vivere
i pomeriggi traversando i boschi
che non si percorrono più ».

Hegel direbbe che la poesia del cuore si perde nello scontro con la prosa dei rapporti sociali.
Il mondo convocato della creazione poetica di Márcia Theóphilo non si congela in una fredda statua del passato. La sua poesia. tratta i temi della metamorfosi e del cambiamento. Contempla la vita e le sue modificazioni.
Non vi è, nel suo modo di affrontare il mondo, il prevalere del normativo sull’esplicativo. Il suo obiettivo essenziale è tracciare, lungo la forte mitologia amazzonica, le vie dell’espressione poetica e le fondamenta di una causa che potremmo definire passione ecologica, dato il suo senso altruistico.

Le poesie di Márcia Theòphilo sono simili a preghiere recitate. Ma si distinguono da queste ultime nella stessa misura in cui i miti, per lei, non sono più una superstizione o l’oggetto di un credo, ed il-Lustrano la dimensione della totalità esistente nell’uomo. I miti diventano componente di una visione estetica dell’ universo. Estetica nel senso che il suo principio fondamentale è la bellezza.

Come già sappiamo, il poeta non crea né instaura il mondo epico. Ciò che egli fa è assicurarne il riconoscimento, poiché esso ha un’esistenza anteriore all’espressione che lo consacra.

I miti presentati da Márcia Theóphilo sono vecchie conoscenze della gente brasiliana. Yara, Saci Pererê Cobra Grande, il Boto, la Mula senza Testa, la Luna e tutte le divinità minori ad essi legate dispongono, nella, coscienza del nostro popolo, di un tempo immemorabile. Ciò che Máquestircia Theòphilo ha fatto è stato infondere il soffio della poesia in questi miti enunciarli in un ordine un significativo, dar loro corpo e drammaticità.
Il testo che ne risulta non è originato da puro furore archeologico, ma è sforzo di vivificare, attraverso il tema poetico un’eredità ricevuta.

La tematica di Márcia Theóphilo viene ad essere la narrativa dei miti e la loro attualizzazione. Da qui la sua impronta accidentalmente ideologica e politica, in quanto accenna alla difesa e alla protezione dell’ ambiente contro le forze del capitalismo globale che tutto distrugge in nome del lucro, abbrutendo i piaceri del consumo.

Il caso di Márcia Theóphilo è quello dell’artista che crea a partire dalla fede collettiva. Crea senza distruggere, lasciando intatti tutti i valori ricevuti in eredità. Da qui l’invocazione a “Iurupari“, dio del sogno.
Da notare che, nel rendere onore ai miti e nel dar loro una forma estetica, Márcia Theóphilo a volte li proietta sul piano esistenziale. Donde due vettori: la protesta contro l’azione distruttiva dell’uomo nei confronti della natura e il lamento quasi eligiaco di fronte alla, minaccia di perdita valori consacrati. Ancora una volta si intuisce che l’illusione è un’allusione.

Tra le poesie, è possibile individuare un’ elegia fondata Sull’umana contingenza, un canto di impotenza (“Le voci che odi“, Io Canto l’Amazzonia, pag. 208).:

«Le voci che odi il ritmo dei tamburi che suonano lontano è perché non mi riesce di chiamare l’ aurora. »

In sintesi, nelle opere di Marcia Theóphilo abbiamo una visione del mondo, una cosmovisione, che non le appartiene, ma che i da lei captata e interpretata. Il fenomeno collettivo, dunque, E individuato da una forza musicale, da un verbalismo contenuto, da un’espressione poetica di raro effetto rappresentativo. Márcia Theóphilo, invero, ci elargisce una falda lirica della fonte epica amazzonica, della quale E divenuta privilegiata interprete. è qui che la sensibilità creativa della poetessa, la sua particolarizzazione dei valori universali, danno mostra di sé Un contratto sociale ben stipulato, una poesia trapassata dalle forze telluriche. Illustriamo il suo estro con “Festa della luna nuova“

«Non odi le musiche che si spandono in alto
Tutti cantano e ballano senza fermarsi.
Invocano la luna nuova.
Quattro giorni di danza
con il corpo dipinto di rosso vermiglio.

«Per la festa della luna i danzatori vanno nella casa delle Maschere, si travestono da animali e da tronchi d’albero. Poi, nella piazza del villaggio, tutti cantano e raccontano gli odi e gli amori.»