SU: Ladysilvia.. “Quello che mi stupisce è l’idea che qualcuno si è fatto qui in Italia che vivere il Natale possa essere di disturbo ai mussulmani.
Io ho vissuto 18 anni tra loro, e ogni Natale venivano a trovarci e a festeggiare con noi” a parlare alla MISNA è suor Rosanna Marin, missionaria francescana che ha trascorso una parte importante della sua vita a Deir ez Zor, cittadina attraversata dal fiume Eufrate nel nordest della Siria. “Venivano a casa a farci gli auguri e noi offrivamo cioccolatini e caffè, qualche volta profumato con spezie, come vuole la regola dell’ospitalità mediorientale.
I bambini mussulmani guardavano ammirati il presepe” continua suor Rosanna, non capacitandosi che qualcuno pensi che gli islamici si possano sentire offesi dalle tradizioni religiose cristiane. “Questa condivisione della festa religiosa - prosegue - si ripeteva anche in occasione del Venerdì Santo. Poi, a tempo debito, noi andavamo a trovarli per la festa di fine Ramadan, ricevendo lo stesso caloroso trattamento” dice la missionaria, ricordando anche che in Siria, dove i cristiani sono l’8-10% e tra i musulmani la maggioranza è sunnita, Natale e Pasqua sono feste nazionali come quelle delle ricorrenze islamiche, e la domenica il lavoro inizia alle 10 di mattino per dare tempo ai cristiani di andare a Messa.
Lo stato laico siriano garantisce la libertà di espressione religiosa e l’opinione pubblica musulmana, in una nazione che ha visto nascere le prime comunità cristiane, non percepisce il cristianesimo come un’entità estranea. “Mi ricordo bene che più di una volta, donne musulmane sono venute a bussare la mattina alla nostra porta per chiederci di aprire la chiesa” racconta la missionaria. “Mi dicevano che di aver sognato quella notte la ’vergine Maryam’, lo consideravano un segno e volevano dire una preghiera davanti alla sua immagine”. Maryam, così chiamano la Madonna i musulmani, per i quali ella è la madre vergine del profeta Isa (Gesù), dei quali si racconta lungamente nel Corano (Surat Maryam e Surat Alimram, tra le altre). “Nel sogno appariva loro avvolta da un velo verde, il colore dell’Islam, e non come il manto azzurro della nostra tradizione, ma sempre della madre di Gesù si trattava” continua l’interlocutrice alla MISNA. La città di Dier ez Zor, circondata a sud dal deserto e a nord da giardini e palmeti, porta nel nome la tradizione della compresenza di religioni: ’Dier’, infatti, significa ’monastero’.
A 130 chilometri a est della cittadina, verso l’Iraq, un’altra testimonianza di convivenza dalle radici antiche: a Dura Europos, antica guarnigione romana, nel 1921 gli archeologi disseppellirono dalla sabbia tre case risalenti al 252 d.C , che risultarono essere un mitreo, una sinagoga e una chiesa cristiana. In Siria vivono comunità cristiane cattoliche e ortodosse di rito siriaco, armeno, bizantino, nestoriano, caldeo e maronita oltre che cristiani protestanti e “nessuna di queste comunità teme nulla nel celebrare apertamente il Natale, perché essa è un’esperienza umana e spirituale che se trasmessa come tale, con sincerità , è una meravigliosa occasione di contatto umano” continua suor Rosanna.
Viene il dubbio che da quando la missionaria ha lasciato 10 anni fa la Siria qualcosa sia cambiato, che inevitabilmente la convivenza di ieri sia stata soffocata dalla paura e alla tensione dei nostri giorni. “Telefono spesso in Siria e non credo che nulla sia cambiato” dice la religiosa dopo aver riflettuto se per caso avesse avuto qualche segnale preoccupante. “Posso dire invece, che Ziad, un ragazzo musulmano non vedente, va sempre a trovare per le feste natalizie e pasquali un nostro amico frate cappuccino e gli telefona tutte le domeniche, a mezzogiorno spaccato”. (di Barbara Fabiani) [BF]
FONTE: MISNA
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