Tutto quello che abbiamo vissuto,proprio perché ha albergato in noi,diventa parte di noi.Si possono anche cambiare vita,luoghi,abitudini,relazioni,ma nulla si disperde del nostro patrimonio interiore.
Ogni tanto qualcuno o qualcosa se ne va.Ma restano indelebili tracce del suo passaggio.
Siamo fatti così:nessuno può liberarci dalla croce e dalla delizia del nostro passato.
Cancellare tutto dalla lavagna della nostra esistenza è tecnicamente impossibile.Aggiungervi segni è invece la nostra più assidua preoccupazione.La perenne novità di un’illusoria sensazione di libertà sovente mi visita,senza peraltro mancare di generare il suo prezioso frutto:una nuova verginità dell’emozione.
Per essa,solo per questa,vale la pena vivere.
Vedere nuove albe,sentire nuovi amori,ardere di nuove passioni...
Centinaia,migliaia di bottiglie eccellenti hanno costruito il mio gusto.Anche le “cattive“ hanno fatto la loro parte.
Ne ho percorsa di strada da quando compravo il vino nei supermercati perché mi piaceva l’etichetta!
Ne ho bevuti di sedicenti vini del contadino e,come tutti,ho associato l’acido acetico alla tipicità.
Ma non sono mai stato bravo a fare classifiche e sentenziare valori.Mi piace tutto....o quasi.Tra le mie possibilità,nessuna delle infinite declinazioni del bere è andata perduta.
L’umile bettola o la rustica osteria,il più sofisticato wine-bar o il ristorante alla moda,la solitudine di casa mia o un chiassoso convivio:ovunque officiato,il poco meno che religioso rito della “beva“ è sempre capace di emozionarmi.
Tante sono le anime del bevitore consapevole:tutte le ritrovo nella mia poetica.
Ogni nettare distillato dall’uva ha pari dignità.
Leggi eterne ne disciplinano la miracolosa venuta al mondo...la misterica fermentazione alcolica...e il vino continua ad affascinare e stregare l’umanità bisognosa di piacere,di nutrimento,di oblio.
Stasera un nutrito gruppo di bevitori randagi,nell’accogliente alcova del wine-bar Cairoli, ha voglia di simposio:Fabio Guzzo,Antonio Lioce,Angelo Perilli,Valentina Chiango e il sottoscritto.
Degustare,certo.Ma bere è un’altra cosa.
E’ riempire i sensi e permettere loro di spingersi fino ai remoti confini dell’appagamento.
Con moderazione....godere.Con l’esperienza che ti fa succhiare la vita fino al limite estremo delle sue piacevolezze senza pagare il dazio del suo fiele.
Potevano essere altre bottiglie,altri campioni enologici a farci compagnia:un’ipotetico protagonista era atteso.
Srotolare ed analizzare la suggestiva e allettante litania dei vini che gli americani hanno volgarmente appellato “supertuscan“,porta al lontano 1981 e ad una vigna:Flaccianello della Pieve.
Un autentico “cru“ per un sangiovese in purezza d’eccezione.Non basta un eccellente “terroir“ nella pur vocatissima zona di Panzano per fare una grande bottiglia.Occorre il concorso di uomini valenti,di una sapiente mano enologica e di un sogno.All’ombra del Flaccianello della Pieve spiccano due personalità che hanno contribuito a fare la storia del vino italiano:l’enologo Franco Bernabei e l’imprenditore Giovanni Manetti.L’azienda in questione è un’istituzione chiantigiana:Fontodi.Ma il “Fato“ ha frustrato le nostre aspettative e disposto altrimenti:la disponibilità del solo formato “doppia magnum“ ha reso inaccessibile il campione.Forse non avrebbe fatto una grande differenza.
Siamo fuori dal tunnel della ricerca esasperata delle bottiglie più blasonate.Ma non si può negare che la presenza in alternativa di un Excelsus 1998 di Banfi,taglio bordolese a prevalenza cabernet sauvignon,fa della degustazione un evento,specie se ad accompagnarlo c’è un Brunello di Montalcino 2004 dell’azienda “Il Poggione“ ed una vernaccia “Antico Gregori“ di Contini.
Ed un misconosciuto Monbazillac....
I “monbazillac“sono vini generalmente simili ai “sauternes“.La differenza è nella miscela delle uve,con una percentuale particolarmente alta di Muscadelle.
Che sorpresa il Monbazillac 2005 targato “Chateau Le Thibaut“.
La magica “noble rot“ ha forgiato un campione di eleganza eterea e raffinata,dal colore favolosamente caldo,con note mielose,esotiche,di pesca e sentori lievemente agrumati.
Gli aromi di bocca...che giocano di sponda fra lingua e palato...sono il riverbero per via netronasale di un estratto generoso,pieno,fresco.
Ogni sorso sembra generare un brivido emozionale.....
Quelle che dovevano essere pleonastiche bollicine d’abbrivio si sono rivelate un’autentica sorpresa.
Dalle mani di un “vigneron“ della fatta di Xavier Leconte abbiamo assaggiato un delizioso “Brut Prestige“ e il prodotto di punta dell’azienda:lo champagne cuvèe “Les Vents d’Anges“,millesimo 2005.A renderli celestiali e assimilabili la prevalenza del Pinot Meunier(fino all’85%...),mai così buono fino ad ora.E’ Sergio Panunzio ad offrirceli,altro bevitore randagio “doc“ capitato al tavolo accanto.La conpresenza,in un tavolo attiguo,di Marco Rinaldi arrichisce la serata di una nota di costume succosissima.Di ritorno da una “scorrazzata“ in moto in compagnia di sua moglie,ci reca il racconto di una modalità inedita per celebrare il rito del levare i bicchieri in “brindisi“,in uso nell’entroterra garganico.In luogo del tintinnìo consueto dei calici che si cozzano l’un l’altro delicatamente,si protende il dorso della mano a sfiorare le altre,alla ricerca di un contatto fisico.Il “brindisi“ risulta così silenzioso....ma carico di calda sensualità.Ci adoperiamo subito a provarlo e riprovarlo,declamando versi e inneggiando ai piaceri della convivialità.
Ma veniamo al vino destinato in origine ad aprire le danze:l’Excelsus 1998.
Si procede a versare nei calici ansiosi lo scuro nettare:un vero cavallo di razza,un’emblema dell’operosità ilcinese che la concia di botte nei 12 mesi di permanenza in barriques ed il lungo affinamento in bottiglia non hanno sfigurato.Segno di una materia prima sontuosa che ha retto l’urto del legno nuovo e dell’invecchiamento senza perdere la naturale eleganza nel profilo organolettico.Al gusto le note balsamiche e minerali si fondono con la frutta in confettura fino all’armonia e i tannini sono vellutati e dolci.
Limpido rubino dai dirompenti effluvi di viola e di ciliegia,sciorina un terziario di tutto rispetto fatto di cuoio e cannella,cioccolato e pepe nero.Strali mentolati attraversano la cavità orale.
Non capita spesso di imbattersi in simili golosità.Meno straparlato di altre più famose etichette,l’Excelsus 1998 ha fatto della costanza qualitativa nel tempo la sostanza del suo blasone.Nella versione che riluce sotto i nostri occhi tutta l’italica...e ancor di più toscana....grandezza è riepilogata in didattica progressione:l’approccio dapprima lieve si fa sempre più intenso nei profumi e nei sapori,come s’addice ad un corpo calibratissimo nelle consistenze,e giunge ad ammaliare stupendo.
Non la potenza debordante ma tocchi carezzevoli vincono la partita del gusto.
E naufragare è dolce in questo mare di levità,dai sensi quasi amorosi.
Le bottiglie gregarie piacciono.
Il Brunello fa degnamente il Brunello:espressione del territorio,ruggisce di alcol e glicerina,sapidità e persistenza.
Ed introduce il fuoco della Vernaccia.
In bocca l’Antico Gregori è secco,caldo,etereo.Il bouquet è un ventaglio spiegato di note speziate.L’ossidazione sublima vaghi sentori floreali e fruttati.In accompagnamento ad un panettone di alta pasticceria,intriga e seduce.
L’apoteosi finale è però riservata alla consonanza del dolce col muffato:moltiplicazione di sensi,gusti,piacere.
ROSARIO TISO
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