Tanti sono in Italia i grandi vini.Il livello qualitativo è cresciuto enormemente negli ultimi anni e la tecnologia al servizio della qualità pure.Al punto che risulta difficile trovare prodotti che non appaghino le aspettative degli appassionati.Ma c’è una qualità che non può essere creata,replicata,scimmiottata:la “storia“...specie se gloriosa.
Da sola indubbiamente non garantisce la bontà di un vino che deve svilupparsi ed essere riscontrabile nel bicchiere e non nell’ambito estetico di teoremi e supposizioni.
Infatti,al di là dei sentimentalismi,solo se si è al cospetto di un campione dalla veste brillante,dai profumi multipli e seducenti e dalla trama fitta e succosa...insufflata di eleganza e raffinatezza...si può e si deve parlare di “grande“ vino.
Ci sono casi in cui la storia e la magia del blasone partoriscono la piacevolezza.Allora si può toccare il firmamento enoico con un dito.
Quando Pietro Placentino,giovane e dinamico creatore dell’Opus wine,l’enoiteca di S.Giovanni Rotondo(Fg) ,ha organizzato un viaggio alla scoperta dell’azienda vinicola “Mastroberardino“ ,ho pensato a questa suprema sintesi:il fascino di trascorsi avventurosi e remoti coniugato ad un presente di grandi prodotti e grandi successi.
All’arrivo ad Atripalda,nelle suggestive cantine affrescate dell’azienda,la realtà ha presto travalicato le attese.
Lì aleggiano ancora certi “domestici“ fantasmi.
I visi degli avi che campeggiano all’ingresso in foto e stampe,i titoli e le onorificenze che tappezzano le pareti sono presenze alle quali rivolgersi con l’attenzione del cuore e che parlano,se si sa ascoltare,al versante immaginifico dell’anima con il linguaggio degli angeli.
Un fraseggio interiore che genera domande capitali e risposte perentorie sul senso della vita.
Loro...con il lascito di un esempio,la paziente dedizione,il lavoro instancabile e i quotidiani eroismi...hanno sconfitto la morte.Che è assenza e dimenticanza.
Loro invece continuano ad alimentare ricordi vividi e attuali.
Basti pensare ad Antonio Mastroberardino,l’ultimo dei patriarchi.Il suo lavoro di recupero dell’intera autoctonìa ampelografica campana,una delle più affascinanti e variegate d’Italia,ha del miracoloso.La sua è stata una vera e propria missione,come dovrebbe essere o diventare ogni singola esistenza nel favorire...con la realizzazione di sé...la porzione d’universo che gli è stata assegnata.
L’ha ben capito Piero,l’attuale proprietario della Mastroberardino.Destinatario di cotanta eredità,ha sviluppato i migliori vini di sempre nella plurisecolare produzione familiare(..bevo Mastroberardino da trent’anni e non ho mai goduto dell’attuale cristallina pulizia e sussurrata mineralità dei bianchi e della costanza nell’eccellenza dei rossi,Radici Riserva in primis!!) e ha partorito anch’egli un sogno architettonico poi divenuto realtà:il “Radici Resort“.
Magnifica residenza di campagna,ha un cuore gourmet:il ristorante “Morabianca“.
Il luogo è semplicemente incantevole.
Colline che si rincorrono con le scriminature dei filari inframmezzate da boschetti e slarghi prativi.
Il “Resort“ ,orlato di vigneti ancora gravidi di frutti e tenuti come giardini,è una terrazza protesa sulla luce.
Dalle finestre della sala ristorante lo sguardo si perde su immensi cieli e remoti crinali di montagne e l’immaginazione... libera come una farfalla...si libra e si posa ora su nuvole che repentine attraversano la scena,ora sul profilo di una pianta,ora su di un dolce declivio.
Un menù sobrio ha esaltato la vocazione creativa della cucina del “Resort“:“Composta di verdure,noci e fave con crema di fagioli“ di estrema delicatezza,“Spaghettoni con crema di noci e acciughe“ dal gusto deciso e pungente di spiccata sapidità,“Filetto di maialino arrosto all’aceto balsamico con patate e lenticchie“ morbido e succoso e un voluttuoso “Tortino“ al cacao“.
Cosa dire dei vini?
Una travolgente cavalcata nel gusto con la smagliante fruttuosità della falanghina“Morabianca 2008“,la rustica robustezza del “Taurasi Radici 2005“ e la compiuta terziarizzazione del “Taurasi Radici Riserva 1999“,dove la carezza animale e cuoiosa del rovere intreccia un frutto rosso conciato ed evoluto in spirito e la sua evanescente bordura.
Ripartire è stato come destarsi da un estatico vagheggiamento.
C’è da giurarci che nel sogno ci ritorneremo.
E in una dimensione onirica al bacio dell’Amore...di donne morbide di seni,dolci di sorrisi,seducenti di sguardi...si aggiunga in un prossimo futuro il bacio del bicchiere colmo di buon vino,come Neruda auspicava nel più eccitante dei “brindisi“ viventi....
ROSARIO TISO
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