Ho iniziato a bere bene, nel senso di un bere consapevole che andasse oltre il traino delle mode e delle circostanze fortuite, una ventina d’anni fa. Avevo allora stelle polari del calibro di Mario Soldati e Luigi Veronelli e sovente mi rifacevo ai loro scritti per orientarmi nell’universo del gusto.
Fino all’incontro con Luca Maroni. Fu lui a cercare me con una lettera in cui presentava il suo Annuario dei migliori vini d’Italia del 1995. Fu tale la carica di novità che promanava dalle sue parole che ne rimasi totalmente conquistato.
Uno dei primi appunti che muoverei alla numerosa schiera dei detrattori di Maroni riguarda proprio questo aspetto:non è adeguatamente riconosciuta la “novità“ del suo metodo di valutazione dei vini , la prodigiosa sintesi realizzata con i parametri della consistenza, dell’equilibrio e dell’integrità.
A quei tempi eravamo asserviti alla Francia. Gli enologi e i critici transalpini erano i “guru“ del pianeta.
Oggi siamo soggetti alla dittatura di Robert Parker e alla genìa di enologi che assecondano il suo gusto.
Maroni è una delle poche voci fuori dai “cori“ istituzionali. E’ l’unica(o quasi. . . )italica landa d’indipendenza intellettuale.
Ricordo una rovente polemica innescata dall’aver assegnato al “Nobellum“ dei Feudi di S. Gregorio un voto più alto rispetto al Solaia Top wine mondiale.
Maroni ha coraggio da vendere e un coraggio delle sue idee che non esiste più. E’ uno che di vino ci capisce più di tantissimi altri suoi colleghi(tra l’altro anche lui esce dalla scuola di Veronelli), che ha un approccio innanzitutto scientifico e solo successivamente “poetico“ al frutto della vite e che ha imboccato una strada decisamente divergente rispetto all’enologia per così dire “ufficiale“.
Per capirLo ed eventualmente criticarlo occorre informarsi, leggere i suoi scritti.
Quanti detrattori si son presi la briga di affrontare le sue teorie compiutamente svolte nel libro “Degustare il vino“?
Dal mio punto di vista le sue scelte sono eccellenti. I vini-frutto sono godibilissimi. E, pur non disdegnando i classici dell’offerta enologica italiana e straniera, e in qualche caso persino adorandoli, non trovo contraddizione nel mio gusto. Maroni è il profeta di un bere gioioso, solare e urta non poco solo chi si è costruito faticosamente un palato da “rigattiere“ e quanti hanno impiegato una vita ad allinearsi a canoni imposti e non sgorganti dal proprio intimo sentire e risultanti dal proprio percorso esistenziale.
Nell’ampio panorama dell’enologia mondiale, Maroni è un “unicum“, un prodotto di “nicchia“, il custode di un giardino intellettuale delle delizie dove si gode un mondo e si spende pochissimo.
Provate a passare una serata con lui:scoprireste che è un affabulatore affascinante.
Ma allineato solo a se stesso.
Come i Soldati. Come i Veronelli.
Di quanti si può dire altrettanto?
ROSARIO TISO
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