Quantunque intrigante, trovo l’idea delle degustazioni “coperte“ ... il vezzo di rendere anonima la veste esteriore di una bottiglia di vino... una trovata dagli esiti tutt’altro che efficaci.
L’amore per la verità organolettica spinge a ricercare un contatto diretto con il prodotto da esaminare, riducendo...fino ad annullare...ogni pregiudizio che la conoscenza preventiva dell’identità del vino possa ingenerare. Ma in definitiva la scelta dell’anonimato finisce per essere una soluzione per certi versi frustrante quanto il sapere esattamente quel che ci si dovrebbe aspettare dal nettare in questione da un punto di vista sensoriale.
La beva diretta e innocente di un vino non necessariamente è più vera.
La consapevolezza non parteciperebbe al banchetto e per quanto si conoscano i pericoli derivanti dal dominio dell’intelletto(capace di silenziare anche le più dirette emozioni... ), penalizzare un approccio anche culturale al campione da degustare ha i suoi evidenti svantaggi. Il primo e più immediato è che ognuno tenderebbe ad arroccarsi nelle posizioni gustative che più si addicono allo stato presente della sua poetica. Riconoscerebbe il conosciuto e respingerebbe l’ignoto. Il risultato è che si rischia non solo di non allargare i propri orizzonti... ma di cristallizzarsi nei confini consueti.
Ve l’immaginate la bevuta“alla cieca“di una ribolla di Radikon?Qualcuno penserebbe ad un vino andato a male. Eppure proprio i potenziali detrattori di un simile prodotto avrebbero bisogno di misurarsi con qualcosa che stravolga le loro convinzioni. Non per doverle cambiare, specie se non se ne sente il bisogno, ma per confermarle magari ad un livello più alto, di una sapienza più profonda.
Gli amanti del “fai da te“ andrebbero poi messi in guardia. Perchè certe cose funzionino ci vuole un’unica regia e possibilmente “super partes“. Ve l’immaginate una degustazione casalinga dove ognuno recherebbe una bottiglia “coperta“ diversa per qualità, annata, provenienza, stato di conservazione(ci si potrebbe accordare su alcuni parametri ma rimarrebbero troppo generici... )... che verrebbero bevute alla rinfusa senza un criterio guida?Sarebbe una variante della “roulette russa“ applicata al vino tanto cara ai “rigattieri del gusto“(bonaria definizione con cui amo qualificare gli amanti dei vini particolarmente maturi...). Si fa una tale fatica a sfuggire all’influsso della miriade di pregiudizi esistenti nel mondo del vino che non si sente il bisogno di impelagarsi in complicazioni di altro genere.
In definitiva le degustazioni “alla cieca“ quasi mai servono al progresso. Piuttosto sono buone per far scoppiare qualche “caso“ vinicolo. E, come cantava il buon Roberto Vecchioni... “... forse non lo sai ma pure questo è amore... “.
Per il vino, naturalmente.
ROSARIO TISO
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