Il 19 luglio la Commissione di Bioetica ha presentato al Governo la propria posizione in merito alla diagnosi pre-impianto (PID), vale a dire l’analisi genetica degli embrioni da impiantare nell’utero. Come gia' era accaduto per la ricerca con le cellule staminali embrionali, anche questa volta la commissione non ha raggiunto un voto unanime. Dodici membri si sono espressi a favore della PID, ancorchè limitata, sette hanno votato invece per il mantenimento della normativa attuale che la bandisce totalmente. Secondo il presidente Johannes Huber, questo modo di procedere non è affatto negativo. "La Commissione non è stata istituita per creare delle maggioranze", bensi' per offrire dei contributi alla discussione sui temi della bioetica. Anzi, in questo modo ci si rende meglio conto di quanto sia difficile raggiungere posizioni univoche. Nel caso in questione, si è arrivati al punto che per ciascuna delle due tesi espresse ci siano state dichiarazioni di voto distinte, ossia che alcuni membri, pur condividendo una determinata posizione, l’abbiano motivata in modo diverso. Se cio' sia utile al legislatore, che non puo' permettersi troppi distinguo, è un altro discorso.
Johannes Huber appartiene al gruppo dei favorevoli, a certe condizioni, alla diagnosi pre-impianto. Per lui la decisione si lega al quesito dell’inizio della vita, ossia quando l’embrione sia da considerare persona con diritto di tutela. La sua tesi è che la vita inizi con l’annidamento nell’utero perché solo in quel momento si ha la certezza che dall’embrione potra' svilupparsi un essere umano. Cio' che Huber lamenta, in particolare negli ambienti religiosi e tra le associazioni pro-vita, è l’assenza di una pluralita' di voci; aggiunge che non va bene ridurre il tema della tutela della vita alla sola medicina riproduttiva. "I massacri in Ruanda e le centinaia di migliaia di morti per fame, questi sono i grandi attentati alla vita".
Intanto la "sua" Commissione si prepara a nuove sfide. Il primo argomento da affrontare saranno le banche biologiche, vale a dire la conservazione di materiale biologico comprendente il genoma umano. In seguito Huber proporra' il tema della tv, per studiare come il consumo televisivo precoce possa influenzare i comportamenti futuri. Ma l’impegno in assoluto più oneroso è, per il ginecologo Huber, "il connubio tra l’elaborazione dei dati e la biomedicina". Attraverso questo interscambio, "che il cittadino comune non avra' la possibilita' di controllare" si potranno "prefigurare" delle programmazioni evolutive dell’essere umano. Huber prevede che le tecnologie mediche conseguenti, faranno si' che l’uomo "possa vivere dai 140 ai 150 anni". Cio' che porterebbe "alla fine dell’Europa". Perchè gli europei non potrebbero reggere questa situazione "nè dal punto di vista economico nè psicologico" e dovrebbero prepararsi a "uscire dalla scena mondiale".
Il medico Huber, che è stato tra i primi ad essere favorevole alla ricerca con le cellule staminali embrionali, sta "per cambiare opinione". Ad alimentare i suoi dubbi è stato soprattutto l’esperimento di clonazione sudcoreano, dove sedici donne si sono prestate a fornire gli ovociti necessari al progetto. Huber vi ha intravisto una possibile totale mercificazione della vita in forma di produzione di embrioni umani. Pur riconoscendo ai biologi sudcoreani un impegno ammirevole ed esemplare -"in Europa non abbiamo il loro entusiasmo nè lo stesso spirito d'intraprendenza"-, il caso dimostra quanto si sia vicini al "punto di non ritorno" e quante poche siano le probabilita' che gli standard etici europei s'impongano a livello mondiale. In assenza di questi livelli etici bisognerebbe proprio "astenersi completamente dalle sperimentazioni". Anche in considerazione del fatto che i tessuti sostitutivi si ricavano dalle cellule staminali adulte e non embrionali.
Infine, Huber auspica che si intensifichino gli sforzi scientifici e medici "nella prevenzione neurologica ed oncologica". Se la prevenzione in ambito cardiovascolare è una prassi consolidata, troppo poco si fa per prevenire il cancro e le malattie quali il Parkinson o l’Alzheimer. Eppure, in base ai ben noti poliformismi, in molti casi sarebbe possibile adottare misure preventive per ritardare l’insorgenza dell’Alzheimer. Ma Johannes Huber crede di sapere perché ci si attivi cosi' poco in questa direzione. "Perchè curare conviene di più".
Rosa a Marca
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