La vecchia guardia di litfibiana memoria non può più gridare allo scandalo commerciale di Piero Pelù e dei suoi compagni di “merendine musicali”, quali erano diventate le sue ultime produzioni da solista. Smagliante la forma esibita dalla band fiorentina nell’anomala location del Centro Lame di Bologna.
La folla sotto il palco è un inventario di soggetti umani: teen-ager dell’ultima ora, trentenni un po’ attempati, maturi cinquantenni, ma anche famiglie con tanto di nonni e nipoti al seguito. Le premesse non sono delle più confortanti, ma bastano poche note di Fata Morgana in apertura di concerto per sciogliere ogni dubbio sulla qualità del live-act in corso. Non si fa attendere la prima delle tante sorprese della serata: parte Gioconda e rasenta la versione da studio dell’album “El Diablo”. Chitarrone distorto e voce al vetriolo per questo pezzo di puro rock ’n roll dal retrogusto di Chianti classico. Siamo ancora increduli sulla scaletta che si sta delineando e Piero Pelù inforca la chitarra per attaccare Prendimi così, nuovo e suadente singolo che imperversa nelle radio da un paio di mesi. Scorrono via tra applausi e movimenti ondeggianti del pubblico Toro loco, Vivere il mio tempo, Regina di cuori e Il mio corpo che cambia. Intanto scende la pioggia e, ironia della sorte, l’animale toscanaccio intona Goccia a Goccia. I fan più giovani del frontman Pelù sono così accontentati e rimangono attoniti quando Piero dinoccola i primi versi di Cangaçeiro. Facciamo fatica a credere alle nostre orecchie: “Bandido del Sertao, sole e deserto fanno il samba su di me”¦”, versi che nemmeno il più arrugginito e vetusto “aficionado” dei Litfiba vecchia maniera avrebbe mai pensato di risentire dal vivo. Il brano è targato 1989 e il Sertao è una regione arida del Brasile dove si aggirano i banditi Cangaçeiros per rubare ai ricchi e dare ai poveri. Nel refrain c’è tutto: “Se la terra è tonda e se il mare è blu, da che mondo è mondo il forte vince e non sei tu!!”. Nord e sud del mondo, globalizzazione, capitalismo, sacche di povertà . Riflessioni sempre attuali, purtroppo.
Dopo un’ora di concerto il bandito Piero si ritira sotto coperta e pensiamo che ci sia spazio solo per un finale a tre pezzi (d’altronde il concerto è gratis e dovrebbe essere più a scopo promozionale che altro). Ma inaspettata arriva la libidine di un’altra ora abbondante di note, spettacolo e incanto. Sì, l’incanto di Lulù Marlene: “intro” avvolgente di tastiera lisergica e voce calda che si insinua nell’incedere sempre più piratesco degli accordi epici di questo pezzo dell’85. Potremmo anche abbandonare il parcheggio-arena con in testa il ritmo mellifluo di Lulù Marlene, ma ci sono certi brani obbligatori che devono essere ancora eseguiti: Ritmo, Spirito, Bomba Boomerang, Io ci sarò, Lo spettacolo fino ad arrivare al momento satanico di El Diablo: l’istrionico Piero estrae una “banderilla” da corrida e invita una “torellina bolognese” (parole testuali) a salire sul palco. Ne arrivano ben due e lui chiosa: “A Bologna è sempre tutto doppio!”. Una delle torelline prende il microfono in mano e non se la cava male col “serpente della prima mela”, incitando anche il pubblico ad applaudire. Rispedite le due pecorelle nell’ovile, Pelù si accorge della M del fast-food che campeggia alla sinistra del palco e invita il suo staff a coprirla con un telo.
Ancora sbuffi di rock con A denti stretti e finale con Lacio drom, augurando a tutti un buon viaggio e sfumando a cappella con l’invito ad andare “nei posti dove c’è del buon vino e festa festa fino al mattino!”.
Stefano Baldi
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