Per rilanciare l’Italia rileviamo la sfida dell’educazione (V)

IV Conferenza programmatica (15 - 16 settembre 2007)

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Educare al servizio dello Stato.. I valori debbono illuminare l’agire, anche nel servizio allo Stato, non precostituirlo con percorsi obbligati. Nell’ambito della cosa pubblica abbiamo il dovere di esserci, di partecipare e di essere cittadino a tutti gli effetti. Non bastano i grandi principi o i forti enunciati (dignità , diritti inviolabili, economia e lavoro a servizio della persona ... ) se questi non sono "illuminati" dall’esperienza e dalla scienza anche sulle variabili che incidono sulla vita concreta delle persone e se non si individuano (anche nel servizio allo Stato) i comportamenti che avvallano o possono modificare simili variabili.

I grandi principi sui quali si basano i nostri valori sono certamente fondamentali, ma non debbono restare sganciati dalla prassi, altrimenti non sono in grado di incidere e nemmeno di contribuire al quel costante miglioramento della società che tutti abbiamo come dovere (i servitori dello Stato primi fra gli altri). Non basta "non rubare" o pensare semplicemente alla giustizia commutativa. La dimensione verticale è fortemente intrecciata con quella orizzontale, così come la dimensione personale ha al suo stesso interno la dimensione sociale e collettiva del vivere. Si tratta di responsabilità che non possono essere abbandonate e nemmeno delegate a qualcuno, meno che mai da chi è al servizio dello Stato. Servizio dello Stato (in quest'ottica) appare come un qualcosa di scomodo, di lontano o di irrealizzabile in una cultura e società per la quale ciò che conta (oltre al pur importante "non rubare") sembra essere, al massimo, irrobustire la predicazione sulla virtù individuale per diventare cittadini attenti e obbedienti alle leggi dello Stato.

Il Servizio dello Stato deve farsi carico anche di quella progettualità che si presenta come l’unico strumento in grado di rimuovere gli ostacoli delle troppe disuguaglianze. Deve diventare capace di non occultare "i perché" scomodi che generano discriminazioni, povertà , abbandoni o miserie di ogni genere. La nostra attenzione deve andare prioritariamente verso chi è più piccolo, verso chi è solo o smarrito, nei confronti di chi è malato, segnato dalla diversità o incappato nella mortale spirale del denaro e dell’arricchire per sè, non sono esortazioni, contengono elementi di comunicabilità e di ragionevolezza in grado di generare prassi e operatività anche nel servizio dello Stato.

Investire oggi in servizi, educazione, prevenzione e lavoro non è soltanto questione di solidarietà e di giustizia: è anche una scelta strategica per sottrarre linfa, possibilità rigenerative e manovalanza sicura alla mafia e alla criminalità . Perchè mai, il primo volto della presenza dello Stato che un bambino del sud incontra dovrebbe continuare ad essere quello del carabiniere o del poliziotto, e non piuttosto quello di un asilo-nido, di un consultorio familiare, di un centro sociale, di una scuola funzionante e che non "tagli" il 30% dei ragazzi prima della terza media? Solo questo sarà lo Stato che tutti, in particolare i meridionali, potranno, poi sentire come "proprio" e difendere. Ricordiamo le responsabilità individuali, la necessità per ognuno di fare la propria parte, il proprio dovere, perché troppo facile sarebbe sempre e semplicemente puntare il dito sulle responsabilità istituzionali senza mettersi in gioco, denunciare senza saper proporre e senza voler rinunciare a privilegi e a diffuse illegalità . Non possiamo denunciare l’immoralità e il clientelismo nella politica e poi servirsene ogni giorno. Oppure lamentare lo scarso senso della legalità oggi dominante e poi educare i giovani delle nostre famiglie al privatismo e all’indifferenza. O ancora richiamare l’assenza di costume della partecipazione nella società e poi chiudere spazi e canali di corresponsabilità .

Illegalità , soprusi e mafie sono ancora interlocutori vincenti nei territori che non conoscono una presenza dello Stato che sappia garantire diritti e qualità di vita ad ogni cittadino. Il vero terreno su cui le mafie costruiscono il loro controllo è quello lasciato libero da una presenza capace di contrastare, sul piano dell’educazione, del lavoro, della casa, della salute, dell’istruzione, della socializzazione libera e spontanea ... (dei diritti, per dirla in breve) l’espandersi illegale di risposte a bisogni di fatto reali. Non è certamente un caso che le presenze significative, di coloro che hanno avviato una forte azione per riappropriarsi di un territorio spesso quasi disabitato dal punto di vista della legalità e dei diritti, siano state spazzate via dalla violenza mafiosa. Fare l’elenco di tutti i morti che questa drammatica guerra ha ormai lasciato sul campo non basta. Questi morti sono - e devono restare - memoria viva e inquietante. Dobbiamo ricordarci, sempre, che se essi sono morti è anche perché noi non siamo stati abbastanza vivi. Non abbiamo vigilato, non ci siamo sufficientemente scandalizzati dell’ingiustizia. Questi morti sono per tutti una sfida perché si vedano le ingiustizie senza mai accettare, con rassegnazione passiva, quanto ogni giorno si consuma sotto i nostri occhi. Sono stimolo non soltanto per uscire da quell’indifferenza che tanto mortifica la nostra vita sociale e civile, ma anche appello per educarci ad una maggiore indignazione per ciò che non può e non deve essere considerato sempre e soltanto come un dato inevitabile (o, peggio ancora, ineliminabile). Raccogliere questa sfida è compito di chi voglia servire lo Stato ispirandosi all’etica cristiana.

La formazione del giurista tende a fare di lui un uomo che ha il culto dell’ordine pubblico, incarnato il più delle volte nelle disposizioni di legge; egli sa che in questo modo serve gli altri uomini assicurando la protezione dei diritti di ciascuno. Il magistrato e l’avvocato sono i garanti della volontà della società di assicurare a ciascuno, nel modo migliore possibile, il rispetto dei suoi diritti. Quando i giudici perseguono una violazione della legge, non attaccano una persona presunta colpevole, ma lottano contro un disordine contrario al patto sociale sul quale è costruita la società , un disordine che minaccia di farla decadere dal livello di civiltà a cui si è elevata. La passione che li guida è per la salvaguardia della società e non già un rapporto personale di inimicizia nei confronti del presunto trasgressore.

I magistrati e gli avvocati sono spesso soli perché l’opinione pubblica non comprendo sempre il senso della loro azione. Essi sono allora esposti a lasciarsi trascinare dalla preoccupazione di moralizzazione e ad arrivare, per esempio, ad accusare qualcuno col pretesto che egli non poteva non sapere. Questa critica è essenziale. Essa mostra la linea su cui deve mantenersi l’uomo delle professioni giuridiche per restare fedele al proprio ideale di società .

Ogni uomo di legge rafforza o addirittura determina i comportamenti che la società di domani giudicherà etici o meno. Colui che vuole contribuire ad instaurare una civiltà della persona deve saper mostrarsi indipendente dalle intimazioni della società circostante; non può lasciarsi ridurre al ruolo di cieco ausiliario dello Stato, come accade nei regimi totalitari dove non sono più al servizio dello Stato di diritto, rispettoso della persona.

Il senso del dovere, che fu proprio dei giudici caduti vittime della mafia, e in modo particolare il giudice Borsellino che continuò ad assolvere il suo compito malgrado le minacce ricevute e fu alla fine assassinato, ci sono ragioni che giustificano questa elevata concezione del servizio dello Stato. l’esempio di magistrati come Borsellino dimostra che una persona si nobilita nel considerare il buon funzionamento dell’apparato pubblico come un valore che la trascende e per il quale può arrivare a sacrificarsi perché, così facendo, risponde a valori etici che rendono la vita di tutti migliore; è espressione di quella carità cristiana che è amore del prossimo e che quindi è operativa e fattiva nel sociale.

La coerenza della vita fa delle scelte quotidiane un segno della realtà . Ciascuno è un operatore il cui dovere è di contribuire al bene comune, anche lottando contro le azioni che sono lesive e accettando i sacrifici che la loro testimonianza richiede.

Quali mediatori della inserimento della legge divina nella realtà , avvocati e magistrati compiono il loro servizio allo Stato mostrando nella loro vita professionale il valore proprio della legalità e, nel partecipare all’esercizio dell’autorità , evitando che questa sia esclusiva e ripiegata su se stessa. Non v'è nessun dubbio che il richiamo di questa filosofia degli operatori delle professioni giuridiche sia più che mai opportuno oggi, in un momento in cui bisogna mettere più verità nei rapporti sociali e i custodi dello Stato di diritto possono essere chiamati all’eroismo.

Eugenio Armando Dondero
Portavoce
Coordinamento Monarchico Italiano