WASHINGTON - "Saddam avrà un processo". È questa la promessa di George W. Bush all’indomani della cattura dell’ex dittatore iracheno. Sarà un processo pubblico, dice il presidente americano nel corso di una conferenza stampa alla Casa Bianca, "sotto supervisione internazionale" e in cui "devono essere coinvolti gli iracheni". E deve essere, aggiunge, "un processo in cui tutte le atrocità devono venire fuori". Quanto all’ipotesi che l’ex dittatore finisca condannato a morte, "saranno gli iracheni a dover decidere".
Dunque l’interrogativo è su chi dovrà processare il raìs. Perchè l’arresto del suo presunto organizzatore non ha fermato la guerriglia: due autobombe hanno squassato di prima mattina Baghdad, provocando otto vittime e decine di feriti. E dopo le feste in strada di ieri, oggi a prendere la scena sono state le roccaforti sunnite, teatro della violenta protesta dei seguaci del deposto dittatore.
A Falluja, a metà giornata, le strade si sono riempite di gente in festa perché si era diffusa la notizia che ad essere arrestato fosse stato solo un sosia di Saddam. Proteste anche a Tikrit, a Ramadi (dove alcuni fedelissimi hanno circondato l’edificio dell’amministrazione, attaccando alle mura poster di Saddam) e nel suo villaggio natale. A Baghdad, nei quartieri settentrionali sunniti, alcune manifestazioni sono degenerate in scontri e la folla sunnita ha assaltato due commissariati.
Man mano che le ore passano, si vanno chiarendo i particolari dell’operazione che ha portato all’arresto. Il ritrovamento, nel covo, di una valigetta che l’ex presidente iracheno aveva con sè, al momento dell’arresto, ha già consentito la cattura di almeno due altri ex gerarchi del regime. E si è saputo che gli americani avevano preparato nel dettaglio l’annuncio dell’arresto, per mostrare in gran fretta agli iracheni un Saddam umiliato, vinto, sconfitto.
Dopo le immagini, il racconto di chi lo ha catturato mostra un Saddam senza più l’aura di eroe che la retorica nazionalista gli aveva affibbiato: "Ha detto in inglese 'Sono Saddam Hussein, sono il presidente dell’Iraq e voglio negoziarè" ha raccontato il maggiore Brian Reed, l’uomo che lo ha tirato fuori dal buco in cui era nascosto. "E noi gli abbiamo risposto che il presidente Bush gli mandava i suoi saluti".
E se la sorte attuale del raìs è assolutamente incerta (decisamente smentita dalle autorità irachene la voce che fosse stato spostato in Qatar), l’interrogativo adesso è se Saddam sarà giudicato e processato nel suo Paese oppure da un tribunale internazionale. Un ampio fronte di Paesi, capeggiato dall’Iran, chiede che sia processato da un tribunale internazionale. Ma gli iracheni spingono per giudicarlo nel Paese, in modo da focalizzare il giudizio sui crimini commessi nei 24 anni del suo regime.
Il governo provvisorio iracheno assicura che il processo avrà tutte le garanzie del diritto, "con la supervisione di consulenti internazionali". E il capo del governo provvisorio, lo sciita Abdel Aziz al-Hakim, non ha nascosto che Saddam, se processato in Iraq, rischia la pena di morte. Sono in molti, però, compresi numerosi gruppi a tutela dei diritti umani, a chiedere un processo internazionale, che consentirebbe all’ex dittatore di raccontare la sua verità . Si saprà nelle prossime settimane quale sorte attende Saddam. Di certo, l’ipotesi di un processo internazionale (magari presso la Corte Penale Internazionale dell’Aja, da Washington sempre fortemente osteggiata) trova assolutamente contrari gli americani i quali temono che, in un consesso internazionale, perderebbero ogni controllo sul processo.
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