Maglione, jeans e scarponcini: era vestito così Bernardo Provenzano nel momento in cui la Polizia di Stato l’ha arrestato nelle campagne di Corleone. Latitante da più di 40 anni è stato è stato catturato stamattina alle 11.15 dagli uomini della Direzione centrale anticrimine e della squadra mobile di Palermo in un casolare alle porte di Corleone, suo paese natio. La "primula rossa" della mafia non ha opposto resistenza e non era armato quando i 30 poliziotti hanno fatto irruzione nell’edificio. Non ha detto niente ed è apparso assolutamente imperturbabile sottolinea il procuratore capo di Palermo Pietro Grasso.
"La cattura di Provenzano è una vittoria di tutte le Istituzioni, frutto di un impegno dello Sco, della Polizia di Stato e della squadra mobile di Palermo. Un successo di eccezionale importanza, perché viene assicurato alla giustizia l’attuale capo di Cosa Nostra, già condannato per le stragi più efferate. È la fine di una latitanza durata troppo a lungo". Lo ha detto il procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Giuseppe Pignatone.
Per l’arresto del boss sono arrivate le congratulazioni del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi al ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu e al capo della Polizia Giovanni De Gennaro.
Chi è Bernardo Provenzano
Un uomo senza volto, ricercato dal 9 maggio 1963 da tutte le forze dell’ordine, un vero e proprio professionista della clandestinità . Aveva iniziato la sua carriera criminale nelle file di Cosa Nostra come braccio destro del boss di Corleone Luciano Liggio.
Era diventato il capo della mafia dopo le stragi sanguinose ordinate da Totò Riina nel '92 e nel '93 in cui in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e i loro uomini di scorta, per le quali è stato anche lui condannato all’ergastolo come mandante. Di Provenzano non esistevano foto se non una del 1958, ma solo descrizioni fornite dagli "uomini d'onore" poi diventati collaboratori di giustizia.
Proprio nei mesi scorsi la Scientifica aveva preparato il nuovo identikit del boss mafioso, realizzato anche grazie all’aiuto di nuovi pentiti e del suo ex braccio destro Antonino Giuffrè. Proprio Giuffrè ha descritto Provenzano come un uomo "firrignu", forte, "capace di dormire per più notti nel sacco a pelo". E a spiegare ai magistrati la strategia che ha permesso la sua latitanza per quasi mezzo secolo: "Non usa telefoni perché sa che ogni segnale potrebbe svelare il suo nascondiglio". Per dirigere i suoi affari miliardari usava i "pizzini", cioè i bigliettini di carta mandati ai destinatari da uomini di fiducia. Un sistema arcaico ma capillare che ha permesso a Provenzano di controllare tutte le attività della mafia.
Intanto alcuni dei suoi uomini fidati, forse per paura, decidono di "tradirlo". Tra questi, insieme a decine di gregari del mafioso finiti in carcere nel gennaio scorso c'era anche Mario Cusimano, considerato in gergo malavitoso un "pesce piccolo". Ma proprio questo pentito comincia a raccontare ai magistrati i movimenti del boss negli ultimi anni, compreso il viaggio compiuto da Provenzano fino a Marsiglia, per sottoporsi a un intervento.
Tanti sono i pentiti che parlano di "Binnu 'u tratturi" come di spietato assassino che "tiene in mano tutti gli appalti". Nemmeno con l’ultima pentita di Cosa Nostra Giusi Vitale che racconta ai giudici di avere visto il boss vestito da vescovo poco prima di un incontro con la "cupola" mafiosa si arriva a una svolta. Svolta che è giunta oggi, quando gli uomini della Polizia di Stato hanno catturato Bernardo Provenzano in un casolare vicino Corleone.
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