Facevano arrivare clandestinamente in Europa centinaia di immigrati, quasi tutti dall’Afghanistan, facendosi pagare dalle loro famiglie, che dovevano coprire anche i costi del trasferimento e del mantenimento.
I 26 membri dell’organizzazione criminale specializzata nel traffico di vite umane sono stati arrestati la notte scorsa, al termine dell’operazione “Cestia“, eseguita congiuntamente dalle Squadre mobili di Roma e Bolzano insieme a Digos e Squadra mobile di Frosinone, tutti coordinati dal Servizio centrale operativo e dalla Direzione distrettuale antimafia. Altre 21 persone sono ancora ricercate.
La banda, composta prevalentemente da soggetti di origine afgana, era affiliata ad un gruppo criminale transnazionale di origine curda, dedito al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e della permanenza illegale degli extracomunitari sul territorio nazionale, alla ricettazione e falsificazione di documenti, clonazione di carte di credito e post pay.
L’indagine della Digos di Frosinone è iniziata nel 2008, al termine dell’operazione “Suleiman“ condotta contro un’organizzazione di trafficanti internazionali di eroina che si servivano della stessa “rotta commerciale“.
Il gruppo criminale ha ramificazioni in Afghanistan, Pakistan, Iran, Grecia, Turchia, Belgio, Germania, Danimarca, Norvegia e Regno Unito, e base operativa italiana a Roma, nella zona della Piramide Cestia, da cui deriva il nome dell’operazione.
I clandestini, da 300 a 400 al mese, arrivavano in Grecia per imbarcarsi ad Atene alla volta dell’Italia; venivano sbarcati a Bari, Ancona e in altri porti dell’Adriatico, messi sul treno e portati a Roma, da dove, dopo aver finito di pagare il prezzo stabilito, venivano fatti proseguire verso il nord dell’Europa.
Fulcro dell’organizzazione erano gli otto phone center e internet point sequestrati dalla polizia, sette nella Capitale e uno a Napoli, utilizzati dalla banda come luoghi di ricovero e smistamento dei clandestini che per il servizio completo pagavano dai 1700 ai 4500 euro. Altri centri operativi italiani si trovavano a Milano e Bolzano.
Per rendere invisibili i trasferimenti di denaro la banda utilizzava il sistema “hawala“, una modalità informale di scambio di valori, una sorta di sistema parallelo di pagamenti basato sulle prestazioni e sull’onore di una vasta rete di mediatori, localizzati prevalentemente in Medio Oriente, Nord Africa e Asia meridionale, che permette ai soggetti coinvolti di mantenere l’anonimato.
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