Francesco Morcavallo: docenza, testimonianza e diritto di prendere parola

Francesco Morcavallo: docenza, testimonianza e diritto di prendere parola

L’avvocato interviene sul comunicato dell’I.N.Pe.F. con una riflessione sulla verifica delle notizie, sul pluralismo e sulla distinzione tra insegnamento e racconto dell’esperienza personale.

L’avvocato Francesco Morcavallo interviene a seguito del recente comunicato dell’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare, affrontando la distinzione tra incarico di docenza e partecipazione come testimone della propria esperienza. Il contributo sviluppa una riflessione sul ruolo dell’informazione, sull’ascolto delle voci diverse e sulla libertà di espressione, accompagnata da una critica alla giustizia minorile. Pubblichiamo integralmente il suo intervento firmato, del quale valutazioni e contestazioni appartengono all’autore.

Avv. Francesco Morcavallo: chiarimenti e riflessioni

Leggo ed apprezzo il recente comunicato dell’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare, in cui, con esposizione di alto contenuto culturale e morale, si fa chiarezza sulla falsa notizia del conferimento di un incarico di docenza a persona coinvolta in un procedimento minorile, già oggetto di anteriore attenzione mediatica.

Sono pienamente favorevole alla manifestazione di interesse dei mezzi di informazione su vicende della giustizia minorile caratterizzate da frettolosi ed immotivati interventi di collocazione forzosa di bambini lontano da genitori che non sono minimamente accusati di aver posto in pericolo o di aver maltrattato i propri figli: anzi, un grosso flusso di affari incentrato su forzose sottoposizioni di bambini e ragazzi ad internamenti e trattamenti alienanti si è a lungo nutrito, in anni trascorsi, del silenzio e del disinteresse di gran parte dell’opinione pubblica.

Ritengo, tuttavia, che i mezzi di informazione e i dispensatori di commenti (lasciando da parte i molti, fra questi, che di imprecise notizie spesso approfittano per scatenare propri livori e frustrazioni o, peggio ancora, per perseguire cointeressenze con chi guadagna lautamente sulla pelle dei bambini e dei loro familiari) dovrebbero, prima di esprimersi, verificare l’esistenza e la consistenza della materia di cui trattano. In mancanza, rischia di assumere corpo l’osservazione che un sommo giurista compiva a proposito del “mistero del processo”: “è più facile costruire un’irrealtà che comprendere la realtà”.

Mi chiedo, dunque, quale sia l’oggetto delle ululate critiche tratte dalla falsa notizia.

Ci si lamenta che si chiami ad insegnare chi non ne ha titolo? Doglianza fuor di luogo: chi insegna presso quell’Istituto - come so per esperienza diretta - deve possedere rilevantissimi titoli, essere un esperto della materia che tratta e, soprattutto, avere il coraggio di esprimersi ed operare con onestà e a tutela dei diritti delle persone. Con i docenti non vanno confuse le persone invitate a rendere testimonianza della propria esperienza (e che mai pretendono di tenere lezioni, ma, piuttosto, esprimono il coraggio di porre in aperta disamina il proprio vissuto, anche doloroso): raccogliere le testimonianze dirette significa, come ben leggo nel comunicato, porsi nel solco della prospettiva pluralista e libertaria, quella che impone di ascoltare la voce di tutti, anche e soprattutto dei deboli e dei diversi; di coloro che, in sintesi, l’opinione comune - aiutata da alcune deviazioni istituzionali - intenderebbe etichettare come ‘inadeguati’ (alla vita sociale, all’educazione dei figli, a riferire in pubblico le proprie scelte di vita), non per comportamenti biasimevoli, ma per il loro modo di essere o per le scelte culturali ed esistenziali che hanno compiuto.

Ci si lamenta che venga coinvolta (sia pure come latrice di una testimonianza e non come docente) in un corso di pedagogia una persona di cui sono messe in discussione scelte educative? Doglianza conformista e dittatoriale, prima ancora che non pertinente ai fatti: in primo luogo, le scelte esistenziali ed educative di chiunque vanno rispettate, se non arrecano limitazione o danno alla libertà altrui (o si vuol cadere nella stessa insipienza - ipotizzandosi la buona fede e rammentando che desipere est iuris gentium - che caratterizza le decisioni dei tribunali minorili, che allontanano i figli da genitori di cui non condividono determinate scelte, pur pienamente legittime e lecite?; in secondo luogo, l’Istituto, come leggo sul suo profilo ufficiale, non eroga corsi di pedagogia. Forse qualche improvvisato (o malizioso?) Solone si accinge a parlare prima di informarsi debitamente: la pedagogia familiare è materia e scienza diversa dalla pedagogia; e intendere il contrario sarebbe come credere che chi insegna educazione fisica o artistica o musicale sia un educatore professionale.

Ci si lamenta che, anche con l’acquisizione di varie testimonianze di esperienza personale o professionale, si avvii un’iniziativa culturale intesa a riflettere sugli elementi di vantaggio e di svantaggio di modelli di conoscenza spesso distanti, come l’esperienza diretta e ‘naturale’ e il reperimento di dati con il meccanismo ‘artificiale’ e tecnologico? Più che una lamentela, è una censura, un invito all’ignoranza (questa, sì, come la cretineria, è tutta naturale), un ennesimo invito al silenzio, per di più su questioni di enorme interesse attuale.

Invito al silenzio, ripeto. Per nascondere che cosa? Per proteggere chi? Chi ritiene, eventualmente abusando di un proprio potere istituzionale, che si possa intervenire d’autorità nella vita di persone di cui non si condividono le scelte? Si ripetono errori trascorsi, si erge sugli scudi chi si vanta di assoluzioni o condanne modiche, chi dimentica di essersi difeso, non negando di aver posto bambini sotto tortura (soprattutto la più umiliante, quella dell’allontanamento dai genitori), ma sostenendo che non si trattasse di reati, bensì di attività consentite dalla sistematica prassi (e tale tesi, orribilmente ma non a caso, è stata recepita da quei giudici i cui colleghi avevano dovuto rivedere le proprie decisioni sostenendo di essere stati vittime di quegli aguzzini poi assolti o condannati a modica pena).

Forse ha ragione l’I.N.Pe.F. nel citare Manzoni e la caccia agli untori; o forse, così facendo, nobilita troppo le prepotenti pretese di chi, più che svolgere argomenti, crea un paradosso: per convenienza, per cattiveria o per stupidità, ritiene di poter parlare di ciò che non sa e di affermare che invece non possa parlare qualcun altro perché non ne ha titolo.

Un amico colto, che non c’è più e mi manca moltissimo, mi avvisava che si tende a recuperare dell’illuminismo la parte peggiore, cioè quella della creazione di modelli sociali precostituiti; e si tende a dimenticare la parte migliore, di chi, da filosofo libertario, si impegnava a battersi affinché si potessero esprimere liberamente anche coloro di cui non condivideva le idee.

Francesco Morcavallo

Francesco Morcavallo, “Avv. Francesco Morcavallo: chiarimenti e riflessioni”. Contributo firmato fornito alla redazione.